Capurso, mister futsal «Orgoglioso del mio Kaos»
L’allenatore dei neri ospite in redazione: il successo non è solo alzare trofei «Vincere è qualcosa di più ampio. Ma questo scudetto non è inarrivabile»
FERRARA. Se dietro i successi di un uomo c’è sempre una grande donna, spesso le vittorie di una squadra si spiegano con il lavoro, le strategie e le idee di un grande allenatore.
Leopoldo Capurso, pugliese di Bisceglie, classe 1956, mister del Kaos Futsal, è il simbolo di entrambe le “immagini” appena illustrate. Nessun dubbio sul fatto che alla base della sua epopea ferrarese - tre anni culminati nell’attuale finale scudetto contro Pescara - ci siano il sostegno, la condivisione dell’avventura, l’amore di quella che proprio lui non esita a definire una grande donna: sua moglie Angela. E, al contempo, nemmeno un interrogativo circa la caratura di Capurso, grande allenatore: preparato, perseverante, trascinante, istrionico. Vincente. Anche se per lui vincere non è sinonimo di medaglie sul petto.
Ieri pomeriggio Leopoldo Capurso è venuto a trovarci in redazione. Quasi due ore di chiacchierata piacevolissima con un interlocutore come se ne incontrano pochi, affascinante per eloquio, cultura sportiva, umanità, visione aperta sul mondo, disponibilità, passione. Alla sua terza stagione ferrarese ha fatto esplodere la futsalmania, con un sogno chiamato scudetto che non è utopia. «Devo tutto a mia moglie Angela - sottolinea subito Capurso -. Se non ci fosse stata lei a darmi forza, a farsi carico della famiglia, non avrei deciso di rischiare, di mettermi in gioco ad una “certa età”. In questo mestiere non ci sono certezze, si è vincolati ai risultati. E io non vivevo di futsal. A Bisceglie avevo la mia professione (dirigente ospedaliero; ndr), le mie attività (uno stabilimento balneare, la scuola calcio; ndr), i miei affetti. Accettando tre anni fa l’invito di Angelo Barbi e Marco Calzolari, ho cambiato radicalmente vita. Sono diventato un professionista del calcio a 5, a tempo pieno. E questo lo devo ad Angela. Sì, le devo tantissimo. Mi ha dato, e mi dà, forza e coraggio. Fa “su e giù” da Bisceglie, viene a Ferrara per le gare casalinghe, è la mia prima critica, fosse per lei non dovrei mai arrabbiarmi...».
Capurso è vero, autentico. Se deve prendersela con i tifosi avversari, che nella bolgia di San Martino di Lupari si accalcano sulla balaustra a... 30 centimetri dal campo per insultare il povero Timm che dopo un duro colpo sta male per davvero, Capurso lo fa: si volta e, da un passo, li riprende a muso duro, nel suo dialetto, indifferente agli arbitri che lo redarguiscono. E se sente di essere arrabbiato con gli arbitri stessi, non esita ad esternare, incurante... dei consigli della moglie: «Gara 1 della finale scudetto, giovedì scorso a Pescara, è stata condizionata dall’ingiusta espulsione di Pedotti: tutta Italia ha visto che non meritava il “rosso”. E’ stata una topica. Episodio decisivo. Da qui in poi mi auguro arbitri all’altezza».
Lo scudetto si gioca al meglio delle cinque partite, Pescara conduce. Capurso ci crede, nel tricolore. Ma fa un’articolata premessa. E non si pensi che sia la favola della volpe e dell’uva, perchè lui in realtà non si accontenta, non cerca comode vie di fuga, lo storico titolo italiano lo vuole eccome.
« Ma il Kaos - sottolinea Capurso - ha già vinto. Perchè vincere non è solo sollevare trofei. E noi siamo un gruppo vincente in virtù del lavoro svolto in questi anni e che poggia in primis sulla voglia di fare, sulla passione, sulle importanti risorse del patron Calzolari e del presidente Barbi. Ho avuto la fiducia della società, ho portato tutti i giocatori tranne Andrè che è l’unico superstite della retrocessione che ha preceduto il mio arrivo. Per me, adesso, è un orgoglio doppio aver contribuito a condurre il Kaos a lottare per lo scudetto. Siamo cresciuti negli anni, abbiamo cementato il gruppo, abbiamo centrato tutti gli obiettivi minimi, abbiamo convinto i Pedotti, i Vampeta, i Bertoni a venire a giocare qui in virtù del progetto e della serietà della società: il segreto è quello. Non siamo un circo, un club che in tre anni brucia ogni risorsa e sparisce, qui c’è futuro. Il budget è nettamente inferiore a quello delle altre squadre di alta classifica ma la continuità è garantita e tutto è conseguenza del lavoro. Ci sono attaccamento, professionalità, disciplina. In tre anni mai una mancanza di rispetto all’interno del gruppo. La squadra ha gioco e identità. Pochi pensavano che arrivassimo a questi livelli, siamo vincenti perchè abbiamo portato qualcosa di nuovo a Ferrara ed in Emilia».
Giusto. Ma la finale?
«Sarà una serie molto equilibrata, non so se si risolverà prima di gara 5. Aver perso la prima partita non ci favorisce ma ora dobbiamo sfruttare le due consecutive gare interne, in un Pala Hilton Pharma che mi auguro gremito. Pescara sente molto la pressione e ciò sfocia anche in atteggiamenti un po’ così, come chiedere le dimensioni del nostro campo... Vuole vincere a tutti i costi, ma ciò non va bene nel momento in cui si manca di rispetto. A Pescara abbiamo dimostrato di essere alla loro altezza. E per noi lo scudetto non è inarrivabile».
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