Una spada e un cavaliere L’Accademia è in vetrina
Meriggi è venuto in redazione a raccontare la super stagione della Bernardi Il maestro lavora a Ferrara da cinque anni. Storia di un team che cresce sempre
FERRARA. Voleva fare il cavaliere, racconta con tono leggero e occhi accesi. Ma, ahilui, ha sbagliato epoca. Così ha virato sulla scherma e ne è nata una ragione di vita. Federico Meriggi, 29enne, di professione fa il maestro. D’armi. Lavora all’Accademia Bernardi di Ferrara, trasferitosi cinque anni fa da Pavia. Col suo lavoro e quello del collega Roberto Di Matteo; con la passione del presidente Dosi e del consigliere Schiavina, oltre che l’intervento di tanti genitori, la società estense brilla nel panorama italiano. Ha una nuova sede (il PalaGeotech di via Trenti) e iscritti pressoché raddoppiati rispetto ad un lustro fa: oltre 75 tesserati dai 6 anni in avanti. Un entusiasmo immutato, risultati che arrivano spesso e volentieri: titoli italiani Under 14, giovani in vetrina quali Malaguti, Lombardi, Rossatti... Senior tenaci come i fratelli Schiavina, Demetrio Villani o Samuele Croce. La squadra di spada maschile è in A2, la femminile (su cui è stato investito tanto in termini di impegno) è stata promossa in C1 e ha confermato la categoria. «Abbiamo creato una cosa bella» scappa a Meriggi.
Il maestro è venuto in redazione, sorta di ambasciatore di un’Accademia che fa sventolare alto il vessillo. «La scherma è sport di successo perché tutti i bimbi vogliono fare il cavaliere. Anche le ragazze si divertono. E non poco. Come cuccioli di lupo giocano a rincorrersi e mordicchiarsi, i bimbi fanno la lotta tra di loro. Questo è il fascino dell’inizio: quando i giovani entrano in sala per la prima volta, i loro occhi brillano». Poi, c’è il resto... «Intanto diciamo che capisco che dobbiamo lottare con la cultura legata agli sport con la palla, comprendo chi vuol fare il calciatore. I ragazzi sono bombardati da questi sportivi che sono considerati gli “eroi” dei nostri giorni. Ma nella storia “vera”, l’eroe ha la spada in mano. Nella scherma puoi tirare il colpo vero, rispetto alle arti marziali in cui invece devi trattenerti. Nella scherma non fai male. Non è disciplina da bruti. E serve molta tecnica».
In sala si può entrare piccolini, il percorso di formazione è gestito senza l’ansia da prestazione. Dai 13 anni in poi si entra nella fase più agonistica (tre allenamenti alla settimana e uno anche di preparazione atletica), i meno grandi riducono a due le lezioni di tecnica. Alla Bernardi,adesso, non ci sono buchi generazionali. «Manteniamo una comunicazione diretta con i genitori - spiega Meriggi -; sappiamo perfettamente che non è facile trovare un equilibrio tra impegno sportivo e scolastico. Mi spiace che i professori non sempre capiscano il valore formativo dello sport. Lo ostacolano, ritengono la scuola l’unica possibilità di formarsi che hanno i ragazzi».
«La scherma è invece un’esperienza di formazione - aggiunge Federico -: un valore di crescita». E qui, in questa riflessione, esce il Meriggi che ama e studia la filosofia. Un’altra passione forte. Applicare Friedrich Hegel in pedana... «Già - sorride Federico -: come si forma l’autocoscienza tramite rapporti di negazione. L’avversario in pedana è una sorta di negazione. Per me, per dire, sotto questo punto di vista le arti marziali hanno una marcia in più. Ma anche nella scherma servono grinta e, al contempo, va mantenuto il rispetto dell’avversario. Trovare equilibrio tra le due cose non è facile. La mia tesi per diventare maestro è stata dimostrare quanto è necessario l’allenamento mentale».
L’arrivo a Ferrara nel 2010. Un lavoro collegiale profondo. Come lo descriverebbe, Meriggi? «Tendo a costruire un gruppo. Portare avanti il “talento” è facile. È più semplice concentrare le energie soltanto in un atleta. Ma creare un gruppo omogeneo, di alto livello, è ben più difficile. Nella spada, noi della Bernardi, in Italia siamo quinti nell’Under 14. La scherma è uno sport molto mentale. Una carta da trasmettere ai ragazzi, farla diventare loro. Senza però la mania di raggiungere risultati a tutti i costi».
«Per l’aspetto pubblico il risultato conta e spesso l’atleta si identifica in questo. Però, alla lunga, serve qualcosa di più solido: il risultato e basta è fragile. Serve una quantità enorme di lavoro per far credere in loro stessi i ragazzi, a prescindere dai risultati. Conta tanto anche quanto sei migliorato, rispetto all’inizio».
«La scherma è uno sport singolo - aggiunge Meriggi -, ma non esiste allenamento senza qualcun altro. Io, atleta, ho bisogno di altri compagni con cui crescere. E se sto bene in gruppo, beh: torno in sala volentieri. Io chiedo sempre ai ragazzi di riuscire ad esprimere il loro meglio. A scuola si chiede ai giovani di concentrarsi sul risultato e non importa, invece, cosa apprendi. Lì interessa solo un voto. Un numero. Un risultato. Quindi, in palestra vedo ragazzi che vanno in crisi perché non vincono. Io, invece, voglio che credano in loro stessi. Chiedo semplicemente che diano il loro meglio. Se accade questo, poi capita anche che arrivino le vittorie. Se sei sereno nella vita, conseguentemente va bene anche in gara».
Alla Bernardi, più che sciabola e fioretto, va di gran moda la spada... «È la mia arma - esclama Meriggi -; ha peculiarità uniche. Nelle altre armi per fare punto devi applicare determinate regole, nella spada è tutto semplice: il primo che “tocca” fa punto. È la cosa più simile al duello. Il margine che puoi concederti è minimo. Inoltre tutto il corpo è valido per fare punto. C’è un alto tasso di errore e per questo serve una forza mentale notevole. Io ho un sogno: creare una realtà che vada oltre lo sport, che sia un luogo di formazione. Bisogna essere visionari per voler continuare a fare».
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