Ferri: «I miei quattro anni intensi alla Pallacanestro Ferrara»
Il capitano e la moglie Giulia in redazione per il saluto ai tifosi: ci siamo sentiti a casa
FERRARA. Quando si dice che la maglia è una seconda pelle… Michele Ferri sale in redazione e indossa la t-shirt della Mobyt. Sorride quando glielo si fa notare. Il playmaker viene a salutare la città: dopo quattro stagioni alla Pallacanestro Ferrara chiude un libro fondamentale della carriera. Da agosto l’avventura cestistica prende la direzione di Forlì (serie B), ancora però il presente è estense. Il capitano tiene a tracciare un bilancio di questa splendida storia di basket e di vita (in città è nata la secondogenita Mia). In due ore di colloquio non gli scapperà mai una parola fuori posto. Non smetterà mai di essere riconoscente a un luogo che gli ha regalato brividi. Anzi, le emozioni sono la colonna sonora di questo appuntamento al quale Michele giunge con la moglie Giulia (ogni tanto scappa una lacrimuccia) e papà Danilo. Michele, c’è il sapore dell’addio ma la parola lascia nell’aria un brutto sapore… «Sì, gli addii sono brutti. Facciamo che questo è un arrivederci? Ancora non ho metabolizzato del tutto la situazione, però fa parte del nostro lavoro: siamo professionisti. Per quanto può essere difficile, bisogna girare pagina e iniziare a pensare ad un nuovo percorso». Sua moglie Giulia racconta che non siete mai rimasti così tanto nello stesso posto. Ferrara vi ha lentamente avvolto nella magia. «Già… Si chiude questa parentesi e si apre una nuova porta. Ma è chiaro che a Ferrara ho vissuto anni intensi con tante soddisfazioni. Nel 2011 non avrei potuto fare una scelta migliore e Giulia è stata determinante in questa scelta. Ero reduce da una brutta stagione a San Severo, mi sono rimesso in gioco. E da allora questo posto l’abbiamo nel cuore. Quando doveva nascere Mia ci è parso naturale farlo a Ferrara perché è casa nostra».
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Ferri, parliamo di basket: stagione numero uno, serie B. C’è l’imperativo categorico di vincere il campionato. Detta così pare quasi semplice. «Poi chi conosce lo sport sa, invece, che scontato non lo è. Quando sono arrivato avevo 26 anni: non era semplice scendere in B così giovane e lasciare la Legadue. Mi serviva un posto in cui ritrovare la voglia di andare in palestra tutti i giorni e lottare. L’ho trovato. Ne valeva la pena. Sapevo che nella prima stagione contava solo vincere. Niente altro. Dopo la finale con Corno di Rosazzo ho sentito una sorta di liberazione. E’ stata un’emozione forte».
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Campionato numero due: la Pallacanestro Ferrara vive i primi momenti bruschi della gestione Bulgarelli. «C’erano molte aspettative e forse non eravamo così pronti e attrezzati. Vero che nel girone d’andata abbiamo fatto fatica, ma da metà campionato in poi ci siamo ripresi. Il girone di ritorno è stato discreto: meritavamo di restare in categoria». Passando per le forche caudine del playout, guarda caso giocato contro San Severo. Che dev’essere il suo posto no, considerato che s’è pure infortunato: «Gara quattro è stata l’unica partita che ho saltato in quattro campionati. Sinceramente dico che forse è più dura affrontare un playout che un playoff, perché nel secondo caso alla peggio rimani comunque in categoria. Ma se perdi un playout retrocedi. I compagni, passando a San Severo senza di me, mi hanno regalato una gioia immensa. Ricordo che quando sono tornato dall’ospedale (mandibola fratturata; ndr) mi aspettavano tutti a notte inoltrata fuori dall’albergo. Erano carichi, determinati: la testa conta tanto».
Stagione di grazie numero tre: il dio dei canestri si volta dall’altra parte… «Già, sembrava tutto troppo facile. Girone d’andata strepitoso, primato solitario. A Ravenna battiamo i rivali diretti, ma si fa male Casadei. E da lì una serie di infortuni: Casadei, Flamini, Andreaus… Ci arrangiamo durante il girone di ritorno, ma poi iniziano i playoff e si fa male anche Benfatto. Però nei quarti eliminiamo Ravenna e Gara cinque la ricordo come una delle più belle mai giocate a Ferrara. Con Mantova ci siamo arrivati con poche energie mentali. E non dimentichiamo la Final Four di Coppa: siamo stati la prima squadra di Silver a battere una di Gold. Eravamo andati per divertirci e l’abbiamo fatto: magari Torino e Trento si sono divertiti meno».
Ultimo tratto del percorso… «Quest’anno c’è stata una differenza enorme tra girone di andata e ritorno. Non voglio metterla sul cambio di allenatore: forse in partenza c’erano troppe aspettative. Siamo partiti così così, ma dopo con Martelossi ne abbiamo vinte quindici su diciannove. Un cambio di marcia simile sarà difficile da emulare». Anche il capitano per qualche mese ha faticato… «Certo, mi prendo tutte le responsabilità perché in campo andavo io. Non giocavo come in passato. Forse avevo perso fiducia: pensavo più a far quadrare il cerchio che a me stesso. Ma dopo mi sono ripreso e ho riconfermato quanto avevo fatto vedere nelle annate precedenti».
Il pubblico s’è progressivamente affezionato alla Mobyt. «L’entusiasmo della tifoseria è cresciuto con noi e negli ultimi due anni è stato incredibile. Ricordo la prima partita del 2011, con Villafranca: erano venuti a vederci per curiosità. S’è creata una sinergia immediata. Non ci hanno più lasciato. Rispetto ad allora, il pubblico è pressoché raddoppiato. E vedo tante famiglie, bambini…».
Ferri si ferma. Abbasso un po’ lo sguardo. Incrocia quello della moglie. Aggiunge: «Con Ferrara è stato amore a prima vista. In passato le offerte non sono mancate, ma era troppo difficile lasciare questa città. Anche per questo, ora che è il momento di lasciare, non voglio fare polemiche. E’ un momento difficile per Giulia e per Matilde (la primogenita; ndr). Dico solo che in quattro anni siamo cresciuti tanto, mi auguro che chiunque arrivi al nostro posto continui a coltivare la Pallacanestro Ferrara. La mia vittoria più importante è che Ferrara mi ha apprezzato come uomo. E ha fatto altrettanto con mia moglie e la mia famiglia».
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La signora Giulia stenta a contenere l’emozione. Riesce però ad esprimere alcuni concetti forti: «Michele è più bravo di me a voltare pagina, io faccio più fatica. Mi sforzo di farlo per non farlo pesare a Michele perché per lui è tutto moltiplicato per quattro: si sente responsabile per il trasloco della famiglia. A me rimane l’amarezza: sarebbe bastato poco per indurlo a restare. Comunque non ho rimpianti: non ricordo un solo momento in cui ci siamo pentiti di avere scelto Ferrara».
