Quel pescatore di Goro è campione del mondo
Vela d’altura. Alessandro Siviero ha riconquistato lo scettro iridato a Barcellona «Due titoli italiani, due europei e adesso il bis mondiale: puntiamo al terzo»
GORO. Alessandro Siviero è di nuovo campione del mondo. Il 25enne di Goro (nativo di Chioggia, ma cresciuto a sud del Po, ha conquistato il titolo iridato su Low Nice 2, ITA 998, numero di prua 97. Per il prodiere della barca di Giuseppe Giuffrè (noto editore milanese) un’altra gioia immensa. Ieri, tornato a casa, ce l’ha raccontata, portandoci per mano in un mondo, quello della vela d’altura, noto solo agli appassionati.
«Sono tre le categorie in gara - spiega Siviero -: nella A ci sono le barche sopra i 14 metri di lunghezza, nella B fra 11 e 14 metri e nella C sotto gli 11. La nostra è nella, è lunga 9,98 e sulle vele porta appunto la scritta ITA 998. Esistono vari campionati del mondo, questo che abbiamo vinto è l’Orc e consiste in regate d’altura a tempi compensati, a seconda della misura della barca. Mi spiego: è logico che se una 500 e una Ferrari gareggiano, vince la Ferrari, quindi il risultato va compensato. Gli stazzatori dell’Orc ti assegnano un coefficiente e poi il tuo risultato viene moltiplicato per il coefficiente e quindi si determina la classifica».
Facciamo un passo indietro e raccontiamo chi è questo ragazzone fresco di 25 anni: «Sono venuto ad abitare a Goro a 9 anni, quindi ormai sono 16 anni che vivo qui. Io e papà facciamo i pescatori, andavo in mare con lui già a 5 anni».
Poi, la passione per la vela: «A 7 anni vedevo Giovanni Soldini con Fila fare regate in solitario: guardando la pubblicità del telefono satellitare, lo vedevo fra quelle onde e mi emozionavo. A Chioggia non avevo la possibilità di andare a scuola di vela, è uno sport costoso: qui a Goro costava un po’ meno, il mio vicino di casa era socio del circolo Club Goro Nautica e così ho iniziato: avevo 10 anni, ci sono rimasto fino ai 20. Quando ho iniziato a fare le regate un po’ più serie, però, non mi hanno preso in grande considerazione, anche nell’house organ, per il fatto che andavo all’estero e quindi nelle classifiche compariva il nome dell’armatore della barca, non mi menzionavano nemmeno...»
Poi la chiusura del circolo, il trasferimento dello stesso a Gorino, il gruppo di amici che non c’era più: «Dal 2012 faccio parte del Circolo Nautica Volano, a Lido Volano. Fino ai 17 anni sono andato su barche piccole, le derive, facevo regate al massimo nazionali: quando inizi la barca te la danno, ma poi te la devi comprare, e costa minimo 5.000 euro, poi le trasferte costano... Così ho iniziato ad andare su un doppio, ma il mio compagno non veniva mai ad allenarsi, allora ho scelto la barca grande e un altro socio del Circolo, che andava a regatare a Marina di Ravenna: lì mi hanno visto e non credevano che fossi un debuttante; qualcuno mi ha chiamato per fare sostituzioni su altre barche, poi per le regate sul Tirreno, dove ci sono più barche importanti. Quindi in Toscana, poi all’estero, a Saint Tropez, tutte gare di vela d’altura. Nel 2013 sono stato selezionato per la Coppa America giovanile, la Red Bull Youth America’s Cup: ci siamo allenati per 20 giorni a Loano e poi siamo andati a San Francisco, nella base di Oracle, e abbiamo regatato sui C45, i catamarani che hanno fatto le regate a Venezia e Napoli».
Lo scenario, per Alessandro, si è fatto importante e l’escalation è proseguita: «A fine 2011 ho iniziato a regatare con l’equipaggio di Low Nice 2, sono l’ultimo acquisto di questa squadra. Come? Ho conosciuto per caso lo skipper e timoniere, gli ho lasciato il mio numero di telefono e il giorno dopo mi ha chiamato per fare il campionato invernale con loro, in varie tappe, e per allenarsi in vista della stagione estiva: si disputa a Chiavari (in provincia di Genova, ndr), un po’ lontano, ma ho chiesto il permesso ai miei genitori e ho iniziato. Mi sono trovato subito bene con l’equipaggio e da lì ho sempre regatato con loro».
E arriviamo al mondiale d’inizio luglio: «L’abbiamo vinto con una barca nuova, la prima del cantiere che l’ha costruita, una anomalia: è stata varata a settembre 2014, abbiamo fatto l’invernale e poi gare nazionali per prepararla, ottimizzarla, renderla più veloce e conoscerla. Per i mondiali non c’è bisogno di qualificarsi, è una selezione naturale: ci vogliono troppi soldi, partecipa chi se lo può permettere e ha anche il tempo di farlo. Il nostro armatore può: a grandi linee, 250mila euro di barca, vele nuove per altri 50mila, poi il viaggio, il mantenimento e tutto il resto per altri 80mila, solo per il mondiale».
I ruoli, in barca, sono ben definiti e il “nostro” Sivieri è il prodiere: «È come il portiere nel calcio. Io non faccio andare più forte la barca, ma quando arriviamo alla boa di poppa o dobbiamo tirare su una vela, la responsabilità è mia. È un ruolo che richiede agilità, quando c’è il mare formato e vento forte, non tutti riescono a stare a prua».
Torniamo al mondiale: «Sono state 8 regate a Barcellona, 6 fra le boe e due d’altura su 60 miglia, quindi valevano doppio (a metà ti prendevano il tempo e poi anche alla fine). Le gare lunghe sono un terno al lotto, se non c’è vento puoi anche stare fermo un’ora... Il vento è cambiato un sacco di volte e un sacco di volte abbiamo cambiato le vele...».
Ed è stata un’altra emozione: «Sì, molto bello, ci abbiamo messo grande impegno, alla fine abbiamo fatto anche il tuffo in porto. È stata sudata, eravamo molto tesi: con la nostra barca più piccola, regatavamo sempre nei “rifiuti” di quelle più grandi (se hai cinque barche davanti, non riesci a prendere la traiettoria migliore, ad esempio quando devi virare a una boa), l’ultima regata l’abbiamo vinta di 12 secondi, sono attimi che fanno la differenza».
Poi, la festa: «A Barcellona abbiamo festeggiato a cena alla grande: la squadra, oltre a essere di sportivi, è una famiglia, ci vogliamo tutti bene e andiamo in barca con il sorriso e questo ci fa vincere. Siamo in 8: 5 di Milano, 1 di Genova, 1 di Trieste e... 1 di Goro. Io sono il più giovane».
Uno sguardo al futuro e... ecco la sorpresa: «Prossimi impegni? Il mondiale del 2016. Si ricomincia dopo l’estate con il Trofeo Marina Yachting a Chiavari. Il mio sogno? Una volta era l’America’s Cup, la traversata in solitaria, ora non più. In barca a vela non ci vai tutta la vita e nel mio ruolo, che non è il timoniere o il tattico, serve agilità. Mi piace molto lavorare con la mia famiglia, aiutarla: il sogno è lavorare con mio papà». (s.a.)
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