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Dirani, ‘malato’ di calcio con tanti sogni

di Davide Bonesi
Dirani, ‘malato’ di calcio con tanti sogni

Il mister del Reno Centese si aggiorna molto per puntare in alto: «Per allenare servono stimoli e questi si hanno crescendo»

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ARGENTA. Dalle nostre parti è indubbiamente l’allenatore ad alto livello meno noto. Ma una volta conosciuto scopri un mondo (calcistico) assolutamente ricchissimo, ricco di progetti (veri) e voglia di sfondare.

Andrea Dirani lo scorso anno ha sorpreso il calcio ferrarese: per la prima volta un tecnico ha diretto prima squadra e Juniores, fra l’altro con ottimi risultati, portando il Reno Centese ad un passo dai play off in Promozione e l’under a vincere il proprio girone regionale. È romagnolo (di Lugo), ma da alcuni anni vive con la moglie ferrarese (Eva, è di Filo) ad Argenta e ha tre bellissime bambine, Sofia, Lucia e Viola.

Ma il mondo di Dirani è pieno di calcio, da sempre: calcio da insegnare ancora quando era in piena età (e ne aveva i mezzi) per giocare. E forse la disgrazia avuta a 21 anni è stato un ulteriore stimolo ad avvicinarsi alla panchina...

«Volevo già fare l’allenatore a 15 anni - racconta -, anche perché sono stato fortunato ad avere i mister giusti, Maurizio Giordani su tutti, ma anche Malferrari. Mi piaceva sapere, poi Giordani ha avuto il merito di farmi capire che il pallone va fatto piacere ai giocatori, io alleno con questo obiettivo. Ho iniziato a 6 anni a giocare nel Baracca Lugo, poi fallito. da lì sono passato allo Stuoie Lugo, al Faenza, alla Virtus Faenza ed al Ravenna. A 16 anni ho esordito in Promozione al Cotignola segnando due gol decisivi nello scontro salvezza a Bagno di Romagna. Dopo esser tornato un anno a Ravenna, nella Berretti, sono passato in Eccellenza al Bagnacavallo e in Promozione a Conselice».

«Ero geometra - ricorda Dirani -, mentre lavoravo in un cantiere ho infilato un buco nel tetto facendo un volo di 8 metri. Ho passato un anno a letto, ma sono già miracolato per questo. Poi è stata dura riprendere a giocare, sia per la fatica fisica che per la paura di infortunarmi...».

Ed ecco gli stimoli per iniziare la carriera di allenatore.

«Ho iniziato a San Pancrazio, dove mi avevano chiesto di giocare dopo l’incidente, ma ho solo allenato, erano i bambini del 1989-’90, bravissimi. Poi sono passato alle giovanili del Bagnacavallo, ma restando sempre in contatto con il Cesena, grazie alla collaborazione con Bondi. Arrivato ad Argenta ho allenato nel vivaio granata, aumentando il mio impegno al Cesena, dov’ero responsabile del reclutamento e ho avuto la fortuna di lavorare con il mio maestro Giordani. In seguito ecco la Giacomense, fino all’arrivo al Reno».

In effetti il suo passaggio in bluazzurro sorprese tutti...

«Devo ringraziare il direttore sportivo Barioni, che era consapevole di quello che volevo fare, perché mi aveva seguito negli ultimi anni. A Reno mi sono trovato subito bene e parlando con il presidente (Orlando Simonati, ndr) mi è sembrato di tornare al calcio della Romagna di quando ero ragazzino. Dopo l’accordo per la prima squadra mi chiesero un consiglio per un tecnico della Juniores, io diedi la mia disponibilità e dopo alcune titubanze hanno accettato. Sono convinto che per i ragazzi avere lo stesso allenatore della prima squadra sia uno stimolo e alla fine hanno esordito tutti».

Ma il Dirani che sognava di allenare a 15 anni avrà ben avuto un modello...

«No, né in serie A tantomeno all’estero. Non mi piace essere un surrogato, piuttosto prendo il meglio da tutti. Sacchi aveva indubbiamente concetti buoni, tuttora validi se si riescono ad applicare. In fondo c’è chi critica Mourinho, per me non è un allenatore bensì un abile stratega. Io mi considero un formatore, grazie a Giordani ho capito che ogni cosa fatta in allenamento va spiegata molto bene».

Lei si tiene in costante aggiornamento,perché?

«Ho il patentino di maestro di tecnica, per me era un obbligo farlo, e non perdo un aggiornamento. Da dieci anni poiorganizzo camp per giovani calciatori a Selva di Val Gardena con l’Adidas, poi sono tornato da poco da uno stage in Sardegna che faccio per alcune società isolane: in questo modo aumento le conoscenze e i rapporti. Poi restano i rapporti con amici come Giordani e Orecchia, che incontro regolarmente per parlare di calcio: sono cene fra ‘malati’, però utili per l’aggiornamento».

È vero che sua moglie le ha dato l’aut aut relativamente al suo impegno calcistico?

«La verità è che per me il calcio è legato agli stimoli ed è inevitabile crescere per poterne avere. Mi piacerebbe poter allenare in serie D, anche per poter prendere il patentino di allenatore di Seconda categoria. A richieste di Eccellenza non rispondo: in quella categoria ci vado con il Reno - chiude -, già potevamo andarci nell’ultima stagione, quest’anno abbiamo tutte le carte in regola ».

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