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Morea, l’essenza del basket estense

di Marco Nagliati
Morea, l’essenza del basket estense

Il coach: «Ferrara sa dare molto. Tirare fuori le emozioni vuol dire far battere all’unisono il cuore di squadra e tifosi»

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FERRARA. Il “covo” è il luogo della memoria. Una stanzetta del Pala Hilton Pharma che ha assorbito una buona fetta di storia della Pallacanestro Ferrara. Nacque come intimo luogo di lavoro quando allenava Giorgio Valli e Alberto Morea ne era il vice. Il “rifugio tecnico” è rimasto pur con l’alternanza di allenatori e manager. Qui si narrano storie ed aneddoti. Qui si preparano le partite. E qui, in un piovigginoso pomeriggio di ottobre, ci accoglie Alberto Morea. Il suo punto fermo. Zeppo di foglietti e con il video di Ravenna che scorre sullo schermo. Domenica inizia la nuova stagione e Morea è il capo allenatore. Sottopelle pulsa un desiderio: ridare a Ferrara la voglia di basket. Il senso di appartenenza che s’è un po’ sfarinato lungo un’estate anomala. Fitta di polemicuzze, anziché di curiosità. «Tirare fuori le emozioni non significa dover vincere per forza - sussurra Morea -: vuol dire far battere il cuore all’unisono squadra-tifosi». Insomma, il tecnico dei biancazzurri vuole disseppellire quello che definisce «il bello spirito».

Morea, ripete spesso la parola passione.

«Io ci sono abituato alla vicinanza che sa dare questa città: l’importante è che la assorbano i giocatori».

Intanto ha cambiato look. Questa barba folta le serve come segno di durezza, diversamente dal passato?

Sorride. «In realtà la desideravo da sempre. Sento di tenerla, indipendentemente dal giudizio degli altri».

Questo andare avanti per la propria strada è indice di forza interiore?

«Per svolgere questo mestiere è determinante non farsi condizionare dall’esterno. Devi realizzare in pieno il concetto di essere te stesso. Poi, sul campo, i riflettori è giusto che siano per i giocatori: i protagonisti. L’allenatore ha un ruolo un po’ meno centrale durante la partita».

Qual è l’essenza del suo mestiere?

«Cercare di mettere i giocatori nelle condizioni migliori per scendere sul parquet ed affrontare le situazioni».

Lei è stato vice, poi head coach: pianeti diversi?

«Due mondi differenti».

Per lei è stato così ampio il salto?

«Farlo ti cambia molto, al di là della maturazione come persona. Intanto emerge prepotente il fastidio che ho a perdere. Poi l’evento agonistico lo vivo in tutto e per tutto come i giocatori: ruoli diversi, ma sensazioni uguali. Questo è un mestiere in cui conta la praticità e l’esperienza fa tanto».

Tre anni fa debutto da capo allenatore a Ferrara con esonero, poi due stagioni brillanti con promozione a Mantova. Come riassume l’esperienza accumulata?

Riflette. «Maggiore consapevolezza e certezza dei punti forti e di quelli deboli. Non ti puoi abbandonare a tenerezze: devi essere duro. Determinato. Non conta giocare bene, conta vincere».

È uno slogan calcistico...

«Ma è la realtà. E c’è un’altra cosa che ho ben chiara: ci sono dei processi logici che ti portano a vincere e che devi seguire. Nel formare una squadra ci sono gradini da percorrere che non puoi saltare. Questioni tecniche e mentali».

Questa Bondi è figlia di un’estate in cui s’è sollevata tanta polvere.

«Per me, conta quello che sento e che riesco a trasferire ai giocatori. Questa squadra ha testa e cuore. I ragazzi hanno il gusto di stare assieme, vogliono far funzionare il sistema. Ci sono buone teste. Una chiara intenzione di remare nella stessa direzione».

Li chiama ragazzi... Losi avverte: “Quando perderemo diranno che siamo vecchi, quando vinceremo diranno che siamo esperti”.

Stringe gli occhi. «È una di quelle variabili che verrà letta col senno di poi. Ad oggi vedo giocatori maturi. Ho trovato la predisposizione ad essere allenati e non gestiti. Le motivazioni sono a mille. Mi fido delle mie sensazioni».

Alberto, la sua giornata tipo?

«Sveglia presto. Alle 8.30 porto i figli a scuola. Anzi, uno perché l’altro ormai va spedito per conto suo. Arrivo al palasport: allenamento, riunione tecnica e video. Pausa pranzo con salto in piscina per sciogliere un po’ i muscoli. Torno al palazzo e preparo l’allenamento. Poi, appunto, allenamento. L’importante è andare a casa con la consapevolezza di aver fatto bene le cose. E a casa, una regola: non si parla di basket. Lo faccio per la famiglia: non voglio vivano troppo quello che faccio io».

Come vive il ritorno sulla panchina di Ferrara?

«Il mio primo anno si è chiuso. Finito. Sono tornato perché mi ha chiamato una realtà forte. E poi, inutile raccontarsela: ho il forte desiderio di fare bene a Ferrara. Per me, questo, è un posto particolare».

Come ha ritrovato Bulgarelli?

«Ci sono meccanismi che il basket ti mette di fronte ogni giorno, il presidente li sta scoprendo. Riconosce l’importanza della pallacanestro a Ferrara e sente questa responsabilità».

Domenica debutto con Ravenna...

«Un bel derby. Conta molto per dirigenti e tifosi. Vincerlo darebbe entusiasmo».

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