Bruzzese è pronto per la “vendetta”
Lovaglio gli tolse il titolo italiano con l’unico ko della carriera
FERRARA. Tranquillo, sicuro, determinato. Alla vigilia del match più importante della sua carriera Leonardo Damian Bruzzese è pronto a dare l’assalto al titolo vacante dell’Unione europea. Per il massimo leggero, sabato sul ring allestito a Manzano, in provincia di Udine, un appuntamento più che particolare: co-sfidante è quel Maurizio Lovaglio che due anni fa gli impose l’unica sconfitta a macchiare il suo record da professionista e l’unico ko di sempre, strappandogli il titolo italiano. Una cintura, quella tricolore, che Bruzzese si è poi ripreso battendo per ko alla 10ª ripresa David Rettori nel maggio scorso. Ma non è abbastanza: la sconfitta del 13 dicembre 2013 va “lavata” con la rivincita. Ecco, allora, che sabato Bruzzese lascerà vacante il titolo italiano (sarà riassegnato la sera stessa, nel sottoclou) e sfiderà ancora Lovaglio, per un alloro ancor più prestigioso. Di questo, e di tanto altro, abbiamo parlato con il campione ieri pomeriggio, quand’è venuto a trovarci in redazione.
Bruzzese, com’è andata la preparazione?
«Benissimo. Avevo già una buona base, fatta per il match con Rettori, poi ho svolto un grosso lavoro con Romano Becchetti (il suo preparatore atletico, ndr), che mi ha massacrato: i primi mesi ho fatto mantenimento, poi, verso luglio, si sapeva che sarebbe arrivato un match importante e abbiamo iniziato a intensificare».
La scorsa settimana, però, la prova finale delle 12 riprese con Erittu è saltata...
«Ne ho fatte 12 di figure con un Momo (Massimiliano Duran, il suo maestro, ndr) in piena forma».
Torniamo a due anni fa e alla sconfitta con Lovaglio.
«L’ho sottovalutato: non il match, non l’avversario che rispetto sempre, ma il pugilato in sè. Non ho tenuto conto di quello che è la crudezza del pugilato, l’amaro che può dare. Qualche sconfitta ai punti da dilettante mi era capitata, ma una così pesante mai».
Da dilettante quando hai niziato?
«Nel 2007, a 24 anni. Sì, tardissimo. Il 7 luglio feci il mio primo match da dilettante, passai professionista nel dicembre 2010».
Perché iniziare così tardi?
«Dovevo dimagrire! Ho un passato da ciclista, poi mi sono dato all’ingrasso: sono nati i figli, ho smesso l’attività sportiva e sono passato da 73 a 103 chili, senza l’ombra di un muscolo: ho deciso di mettermi in moto, fare qualcosa. Un amico, Cristian Benini, un dilettante allenato da Massimiliano, mi ha detto di andare a provare e lì mi sono innamorato del pugilato: era il dicembre del 2006: dopo sette mesi ero sul ring».
Tardivo, veloce... strano.
«Strano, è l’aggettivo che mi contraddistingue».
Dalla dieta al pugilato: cosa dicono a casa?
«Mia moglie non era d’accordo che facessi agonismo. Dopo due mesi le ho dovuto telefonare dall’ospedale per dirle che mi ero rotto il naso. Francesca è spettacolare, mi appoggia in tutto e si è rassegnata. Ha provato anche a non venire a vedere un paio di match, ma poi stava male a casa e non ne ha più perso uno».
E i figli?
«Ne ho due, Jonathan e Giulia, 12 e 10 anni. Loro sono contentissimi. Il primo match che hanno visto è stato quello con Rettori, ho pensato fossero abbastanza grandi per entrare in quel clima. Videro anche quello con Lovaglio in tv, in diretta: anche loro conoscono la parte brutta del pugilato ed è un bel peso, ma non glielo si può togliere. Comunque, non potrei più non farli venire ai miei match: mio figlio è un metro e 74 per 65 chili, è già un bell’armadio... Loro sono contenti di me, ma sentono la carica addosso: questa settimana sono dovuto andar via da casa, c’è troppa tensione, ma è normale prima di un match importante».
Cos’hai imparato da quella sconfitta?
«Che quando si vuole una cosa bisogna dare tutto se stesso, ascoltare il proprio fisico, che ti dà segnali e ti indica la strada giusta. E mai mollare».
Ci saranno stati anche dei meriti del tuo avvesario.
«A questi livelli sono tutti buoni, non ci sono sprovveduti a giocarsi un titolo e quello italiano è uno dei più prestigiosi. È un buon pugile: tecnico, veloce e pungente. Io spero che si stia allenando con la consapevolezza che non troverà lo stesso Bruzzese, a me piacciono le sfide vere e questa lo sarà».
In palio non c’è solo un titolo, ma la prospettiva di una carriera importante per entrambi.
«Il vincitore entra nella top five dell’Ebu e si spalancano le porte a livello internazionale».
Dove vuoi arrivare?
«Io voglio l’europeo».
È un problema combattere lontano da casa?
«Mi sto portando la casa dietro! Ho un pullman di 80 persone e varie macchine al seguito, ho un pubblico che mi regala tante di quelle emozioni...».
Avere un maestro come Momo Duran, già campione italiano, europeo e mondiale nella tua stessa categoria, quanto conta?
«Senza di lui non sarei qui, non sarei riuscito a bruciare le tappe. Ho avuto la fortuna di assimilare quello che mi diceva e poi mi capisce, perché anche lui ha passato quello che sto passando io adesso».
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