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Morea e Martelossi, panchine inverse

Morea e Martelossi, panchine inverse

Basket A2. Il coach dei ferraresi è stato due anni a Mantova, quello dei lombardi l’anno scorso guidava gli estensi

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FERRARA. Alberto Morea incontra il suo recente passato. Per la prima volta, da quando ha lasciato gli Stings, il coach della Bondi torna in quella che per due stagioni è stata la sua “casa”: il PalaBam di Mantova. Emozioni a parte, il coach tarantino e ferrarese di adozione ha raccontato come ha vissuto i due anni trascorsi a Mantova. «In realtà la squadra viveva a Poggio Rusco, perché lì era la sede operativa della società». Seimila abitanti, mezz’ora di strada da Mantova, il piccolo paese ha visto la squadra arrivare fino al secondo campionato nazionale. «Ovviamente l’ambiente è più ristretto rispetto a quello di una città. Per questo nei due anni in cui ho allenato ho stretto rapporti quasi familiari con le persone. Gli appassionati ci venivano a trovare in palestra durante gli allenamenti, nei bar e nelle botteghe si parlava di basket. Ricordo anche le corse nella campagna deserta e solitaria. Io ero abituato a correre a Ferrara, sulle mura, ambiente impagabile e forse unico nel suo genere e il salto è stato forte. C’erano tante persone appassionate che ci seguivano con affetto a partire dal custode della palestra Franco, autentico uomo di sport visto che era dirigente anche della squadra di pallavolo. C’era anche tanta attenzione per quel che facevamo, oltre che disponibilità: più di una volta, la professoressa dell’istituto alberghiero ci lasciava la palestra per allenarci anche la mattina».

Il presidente era Adriano Negri e gli Stings erano stati ripescati in A2 Silver dopo la retrocessione sul campo. «Accettammo di essere ripescati anche perché tutti avevano una grande voglia di riscatto, compreso il sottoscritto. Dopo Ferrara avevo voglia di rifarmi, soprattutto per me stesso. E lì ho trovato l’ambiente e la dimensione giusta per lavorare bene, magari lontano dai riflettori. Ci allenavamo a Poggio Rusco, mentre il campo di gioco era a Mantova e per molto tempo il PalaBam è stato un incubo. Tanto che la prima vittoria in casa l’abbiamo ottenuta a Poggio Rusco contro Corato, alla vigilia del giorno del Ringraziamento: è stata una vera liberazione».

Poi la sfida di conquistare Mantova. «Sapevamo che dovevamo creare entusiasmo e quella era davvero la squadra giusta. Losi, Pignatti e Ranuzzi; poi Nardi, Jefferson e Clemente. Una squadra dai caratteri forti, tanto che molti allenamenti finivano litigando. Ma era una tensione positiva. Si viveva a stretto contatto, anche perché a Poggio Rusco non c’erano molti locali e spesso ci si trovava a cena insieme a casa da un dirigente o da un tifoso. C’erano persone molto presenti che hanno contribuito a creare uno spirito di squadra che è stata la forza di quel gruppo. La domenica andavamo al PalaBam e lì, piano piano, abbiamo conquistato i tifosi. Quella stagione siamo arrivati ai playoff ed abbiamo conquistato sul campo la promozione in Gold. Poi l’anno successivo fu più difficile, ma siamo riusciti ad appassionare tanta gente».

«Mi dispiace, in due anni, non aver vissuto e gustato una città affascinante come Mantova - ha concluso Morea - ma sono contento che siamo riusciti ad appassionare al basket la città e il territorio circostante, anche con eventi come l’All Star Game. Ora torno in quel palasport con la Bondi, sapendo di affrontare una squadra con obiettivi importanti. Noi stiamo prendendo fiducia e speriamo di continuare su questa strada».

Mauro Cavina

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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