Barigozzi, quando il calcio è un’avventura da sogno
Per quarant’anni è stato dirigente di una favola chiamata Giacomense Dalla Terza ai professionisti con Mattioli e i Colombarini. Poi ecco la Spal
MASI SAN GIACOMO. C’era una volta un sogno chiamato calcio. Passionale, spirituale, che issava le sue bandiere in campo. Per 40 anni, Giulio Barigozzi è rimasto fedele a quell’ideale semplice e spensierato: un prato verde, icona della magica favola Giacomense. Favola accompagnata dai dilettanti ai professionisti fino alla trasformazione in Spal. Fondata nel 1967, la squadra di Masi San Giacomo vide l’avvento di Walter Mattioli nel ‘74. «Quando Walter arrivò - ricorda Barigozzi - iniziò la vera avventura. Prima fu ds, poi anche presidente. Io ero dirigente con tanti altri: curavamo il campo. Mi piaceva stare coi giovani, in quel mondo plasmato al fianco della squadra del paese». Anno per anno i grigiorossi salivano di categoria... «La festa d’accesso alla Seconda fu incredibile. Passò il geometra della Federazione per misurare il vecchio campo. Era corto: da 97 metri a minimo 100. Fu allungato e omologato fino alla Prima categoria, dove pensavo saremmo mai arrivati. Invece la scalata proseguì fino ai professionisti, perché ad ogni promozione ci facevamo il palato buono».
Il salto in Prima lo promosse vice presidente e dirigente accompagnatore. L’impianto era diventato seconda casa: allenamenti, partite, trasferte. Arrivati in Promozione trasferimento a Masi Torello, dove esiste una rivalità centenaria. «Dopo una sconfitta, fecero trovare una scatola con dei magoni di pollo. Quando conquistammo l’Eccellenza, Mattioli stampò maglie con “Lo scorso anno abbiamo mangiato i magoni, quest’anno vi mangiamo il toro”. E fu così. Un derby, al 90’ perdevamo 1-2: Martelli in tre minuti lo ribaltò sul 3-2. Molti di loro piansero». Dei tanti allenatori, mister Benuzzi ha lasciato una traccia indelebile. «Il suo modo era stressante. Saliti in D, dissi al presidente che fosse rimasto mi sarei messo da parte per non creare difficoltà a nessuno. Non fu confermato. Ma l’anno successivo, a seguito di un esonero, nello spogliatoio sede delle nostre riunioni, Mattioli rivolto a me: “E’ rimasta solo la bestia”. Mi ero riposato un anno: tornò in D vincendo il campionato con una grande squadra. Era forte coi giovani, meno coi vecchi. In Coppa Italia al Mazza batté la Spal: disse che dovevano fargli un contratto di 5 anni. Ma a dicembre subentrò Rossi dopo 8 sconfitte consecutive».
Indiscutibile anche il marchio del “capitano”... «Omar Roma lasciò il segno: era un vero giocatore, forse il più grande nonostante nomi come Pedriali, Neri, Contini. Quando aveva voglia, la squadra giocava. Era allergico agli allenamenti, ma era intoccabile». L’ingresso Promozione dei Colombarini (era campionato di Promozione) ha dato un impulso alla scalata: da qui il momento indimenticabile. «La seconda stagione di serie D è stata bellissima, culminata con la promozione il 13 aprile 2008 a Cesenatico. Venne Militello con “Striscia la notizia”. Il paese più piccolo d’Italia nei professionisti per cinque stagioni». Quando Mattioli andò in Lega, Macalli chiese per quale motivo fossero lì. «Poi volle Walter come consigliere. Lui aveva dei dubbi, perché sarebbe stato spesso lontano da casa. Gli dissi di accettare: quel treno non sapeva dove portava. Fu eletto, ma ignoro se fosse dovuto al mio consiglio. Ho tanti bei ricordi che non torneranno più».
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