Dopo 20 anni Bosman rimane in esilio
L’ex attaccante decise la riforma del mercato del calcio: «Mai ricevuto un grazie»
ROMA. Non è stato Pelè, non ha incantato come Maradona, non è diventato miliardario come CR7 o Messi ma se il calcio è quello che è oggi, non solo spettacolo ma soprattutto business, lo deve a un calciatore belga, con un passato allo Standard Liegi e un futuro da semialcolizzato e disoccupato. Perchè è stato Jan Marc Bosman a segnare uno dei gol più importanti della storia del calcio, finito nelle aule dei tribunali e nei codici della Legge. Quell'assist gli è costato caro ma a 20 anni di distanza - quando la Corte di Giustizia del Lussemburgo emise quella sentenza storica, decretando che all'interno dell'Ue il trasferimento di giocatori in scadenza sarebbe dovuto avvenire senza indennizzo, liberalizzando il mercato del calcio - Jan Marc Bosman non si è pentito: «Ho fatto quello che era giusto fare e sono orgoglioso di questo - spiega - anche perché tutti dicono che la Legge Bosman è il caso legale del secolo nello sport. Non ho guadaganto un euro ma è stato un sacrificio ben speso». «Ho iniziato la mia battaglia a 26 anni e l'ho pagata a caro prezzo», aggiunge l'ex calciatore che ha dovuto aspettare 5 anni per vedere riconosciuti i suoi diritti in tribunale, quando era tardi (finì la carriera nel 1996 nel Visè, seconda divisione belga). «Si - riconosce - ho pagato un prezzo altissimo, quando si attacca la Fifa o l'Uefa è chiaro che la tua carriera è finita. Non c'è stato un giocatore che mi abbia contattato anche solo per dirmi “grazie”. Mi auguro solo che 20 anni dopo la sentenza i media possano spiegare alla gente quello che il mio caso ha significato e i suoi effetti positivi». «Per me - aggiunge Bosman - è stato difficile portare tutto questo sulle spalle. C'è tanta speculazione finanziaria certo, ma non credo che sia colpa mia. La sentenza ha fatto solo in modo che i calciatori siano trattati come gli altri lavoratori».
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