«Matano, solo ingenuità ma è un grande campione»
Tutti i retroscena della semifinale mondiale Ibf dei superwelter in America
FERRARA. È giunto il momento di tirare le somme, di guardare agli avvenimenti, di trarne esperienza. Il sogno americano di Marcello Matano è finito: il pugile, il suo staff, amici e parenti sono rientrati in Italia. Al di là della sconfitta per kot al 7º round nella semifinale mondiale Ibf dei superwelter con Julian Williams, l’avventura oltre oceano si chiude con scoperte e insegnamenti. La ripercorriamo con Roberto Croce, maestro del “Capitano”.
Croce, riavvogliamo il nastro: come siete stati accolti a Bethlehem?
«Ci hanno trattati molto bene, le camere dell’albergo erano bellissime. Il cibo non era proprio quello indicato dalla dieta, ma, si sa, in America non c’è la qualità che c’è da noi: abbiamo trovato un ristorante di un oriundo italiano che riusciva a farci la pasta con un po’ d’olio e formaggio...».
Eravate un bel gruppetto...
«Una ventina e stavamo assieme. Marcello, oltre a me, aveva al suo fianco il tecnico sportivo Paolo Buttini, il preparatore atletico Matteo Guerzoni, la fisioterapista Graziella Borghesan, la fidanzata, la sorella, la mamma e qualche amico tifoso: non era certo solo».
E l’organizzazione americana com’era?
«Preparati su tutto. Conoscevano a menadito Matano, i suoi incontri, i suoi avversari. L’hanno intervistato prima del match, le domande erano mirate e competenti. Poi, ben organizzati, è stata una bellissima riunione di boxe, anche il sottoclou: su 8 match, 5 sono terminati per ko, ma tutti molto equilibrati. Lo spettacolo vero è importante».
Quanto pubblico all’evento?
«Non saprei, 3000 persone, forse di più. Ma negli Usa puntano molto sulle tv a pagamento, vendono i diritti».
Matano ha certamente patito un po’ il jet lag.
«Un po’, ma lo abbiamo fatto partire prima apposta».
In quali condizioni è salito sul ring?
«Ottime quelle fisiche, ma non nascondo che ho dovuto spronarlo molto negli spogliatoi e anche dopo, convincerlo che c’era una possibilità di vittoria. Lo conosco molto bene e l’ho visto un po’ timoroso, non aveva ancora gli occhi della tigre. Dopo il terzo round ha superato il momento critico, anzi, ha esagerato in sicurezza, scoprendosi un po’ troppo».
Ecco, parliamo del match.
«La nostra tattica non era di attaccare, come pensavano loro, ma un po’ diversa. Avevamo stabilito di girare a destra in continuazione, stargli lontano per far avvicinare lui: con il suo jeb era difficile entrare nella sua guardia, così la distanza si accorciava senza andarla a cercare. Matano ha fatto scambi, è riuscito a colpire sotto e sopra, specie nella quinta ripresa. Williams è un pugile completo, sia sulla corta sia sulla lunga distanza, ma Matano stava entrando nel match».
E arriva la settima ripresa...
«Marcello ha aperto la guardia, lui l’ha incrociato con un colpo alla punta del mento, poi altri 6 o 7 colpi. Dall’angolo abbiamo urlato a Marcello di mettere giù il ginocchio, per farsi contare: sarebbe stata l’unica via d’uscita».
Mancavano 36 secondi alla fine del round.
«L’importante sarebbe stato riprendersi, il tempo si allunga con qualche piccolo escamotage, come sputare il paradenti e farselo lavare. Poi, avrebbe dovuto resistere mezzo minuto e sarebbe tornato all’angolo, con un altro minuto per recuperare. Questo non dà la certezza che sarebbe arrivato fino in fondo, ma avrebbe potuto continuare a giocarsela».
I colpi di Williams erano pesanti?
«Tutti colpi caricati. Appena ha visto che la guardia era un po’ bassa, è partito come una furia: non so come abbia fatto Marcello a rimanere in piedi».
Recriminazioni sull’intervento dell’arbitro, che si è interposto fra i due pugili, decretando il ko tecnico?
«Ci sta. Marcello avrebbe potuto subire altri due colpi fatali, non poteva star lì a prenderne ancora, in quel momento non era lucido. Marcello ha una forza di volontà incredibile, ripeto, non so come abbia fatto a stare in piedi, lui non si risparmia mai. Avrebbe dovuto usare l’astuzia e mettere giù il ginocchio. Se mi metto nei panni dell’arbitro, vedendo un ragazzo che non c’è più, dico che ha fatto bene. Peccato. Marcello è stato un po’ sfortunato, anche perché Williams non voleva chiudere il match, ma fare le 12 riprese, tenerlo a distanza con il suo jeb velocissimo. La nostra tattica era rischiare nelle ultime tre riprese: vincere ai punti era impossibile, lo sapevamo. Prima il lavoro al corpo, che Marcello ha iniziato a fare dalla quinta ripresa, poi il tutto per tutto».
E adesso?
«Come abbiamo sempre detto, prima il mondiale, poi l’europeo. Non so Loreni (il manager di Matano, ndr) cosa e come potrà programmare, se passare dal titolo dell’Unione o cos’altro. Matano è piaciuto molto in America, è uno dei pochi che non è andato là per i soldi ma per vincere. Lo vorrebbero rivedere: certo, bisogna valutare per cosa, contro chi, però intanto è piaciuto. Quando c’è audience, in America va tutto bene: chi non fa spettacolo non conta nulla. Marcello in Italia è ancora primo in classifica, al mondo è 60º (prima 45º), in Europa è 18º, una posizione ancora buona. Fra un paio di settimane riprenderà ad allenarsi, tra la fine d’aprile e l’inizio di maggio farà un match di rientro, poi guardiamo all’Europa, sempre che non arrivino altre chiamate dagli Usa».
Il giudizio finale su questa trasferta?
«Sono contentissimo di Marcello, non ho niente da rimproverargli: un errore a quel livello lo paghi caro, avere le mani basse per un attimo e farsi incrociare... Intanto sabato alle 23 lo vediamo in tv su Dee Jay Canale 9».
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