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Che botte se arrivano gli Orsi

Che botte se arrivano gli Orsi

La prima sfida con i romani una gazzarra stile Bud Spencer

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L. e Aquile Ferrara disputano nel 1982 il secondo campionato italiano di football americano, inserite nel girone Centro, nel quale debutta la squadra della Capitale: i Grizzlies. I capitolini hanno come presidente nientemeno che Nicola Pietrangeli, grandissimo tennista degli anni ’50-60 e figura indubbiamente molto importante, sia mediaticamente che per le tante conoscenze nei salotti romani. Ma se questo dovesse farvi pensare ad una squadra di gentiluomini pronti per Wimbledon, con giacca di cachemire e fazzoletto di seta nel taschino, beh, sareste fuori strada. E di parecchio. Il football di quei tempi pionieristici è stato efficacemente descritto come “venti persone che si menano, uno che corre con la palla e un altro che cerca di prenderlo e staccargli la testa”. Le squadre della nostra preistoria erano composte da tribù di giovani energumeni, reclutati tra i più “vivaci” delle rispettive città e, per forza di cose, quasi totalmente privi di esperienza e di basi tecniche. In una realtà come quella romana, appena uscita dagli anni bui del terrorismo e con un sottobosco un pelino più frizzante di quello ferrarese (avete visto Romanzo Criminale? Ecco…), non è difficile immaginare come nei Grizzlies militassero anche personaggi dall'indole non proprio francescana…

Addestramento da marines

Nessun team disponeva di un coaching staff ma di un solo allenatore, quasi sempre un sottoufficiale americano di stanza in una base Nato e reduce del Vietnam, e quindi con nessuna possibilità - o conoscenza - per poter insegnare veramente i fondamentali dei singoli ruoli. In sostanza si veniva addestrati come battaglioni di marines, con continue prove di forza e resistenza: le partite, di conseguenza, erano vissute con lo spirito da carnaio di uno sbarco nel Sud Pacifico nel 1944. Oltre all'indottrinamento dei nostri coach, non avevamo alcun altro modo di reperire informazioni sul football. La nostra unica fonte esogena d'ispirazione era un pugno di film dal doppiaggio demenziale, nei quali il nostro sport veniva chiamato “rugby” e le traduzioni delle chiamate negli huddle qualcosa tipo “allora ragazzi, al mio via tutti a destra, poi tutti a sinistra e mi raccomando spaccate più teste possibile”. Ma c'era solo questo e ciascuno di noi vecchiacci ha visto questi film centinaia di volte, cercando di estrapolare qualche minimo dettaglio che potesse far luce sui nostri tanti dubbi. “Il paradiso può attendere” con Warren Beatty, che piaceva tanto anche alle mamme e alle fidanzate; “Quella sporca ultima meta” con Burt Reynolds ed il testosterone alle stelle. Il raro ma molto apprezzato “I mastini del Dallas” con un giovanissimo Nick Nolte. Ma più di tutti, forse, ci piaceva quello che parlava di una realtà simile alla nostra, un autentico spaghetti-football: “Lo chiamavano Bulldozer” interpretato dal nostro idolo incontrastato Bud Spencer. Era questo il nostro background nella palla lunga un piede, forse ingenuo ma anche molto esaltante quando, una domenica di primavera, un pullman targato Roma e carico di una centuria di autentici legionari, si presentò per la prima volta al vecchio motovelodromo. I ragazzi di Pietrangeli erano al campionato d'esordio, ma avevano già vinto molte delle loro prime partite. Si presentavano con la fama di squadra rissaiola, dal gioco durissimo e al limite del regolamento. Il primo a scendere nel parcheggio fu un nero gigantesco, con braccia come tronchi d'albero che spuntavano da una canottiera bianca undersize e una barba da mangiafuoco. Unico particolare fuori posto era un paio d'occhiali da vista da professore di Harvard, dotati di lenti spesse quanto fondi di bottiglia. Sulla spalla destra reggeva un'enorme “portoricana”, alias un mangiacassette stereo da cui usciva a tutto volume il riff di “Dance on the Groove and do the Funk” e il gigante avanzava con passo elastico e leggermente danzato verso il campo. Dopo di lui, con abbondante profusione di caciara, fecero capolino dal pullman una serie di facce che definire “da galera” sarebbe un eccesso di educazione.

I cantori dello zecchino

I giocatori delle Aquile, salvo alcune eccezioni, a confronto dei romani parevano tutti dei cantori dello Zecchino d'Oro. Una ciurma di pirati, ecco cosa ricordavano i famigerati Grizzlies. Tutto il pre-partita fu costellato da una serie di intimidazioni più o meno esplicite, dagli sputi sulle scarpe a inequivocabili gesti di minaccia di gola tagliata. Al fischio d'inizio, l'inferno. Mediamente dotati di stazza fisica superiore, i romani mettevano in pratica un gioco forse elementare ma di potenza terrificante, con in evidenza l'enorme funky-man (il mitico Carl Mobley), impiegato sia in attacco che in difesa a bastonare tutti senza pietà. Ma come se non bastasse, ogni mischia - e ce n'erano davvero tante - veniva trasformata dai Grizzlies in una rissa senza esclusione di colpi. Intendiamoci, roba del genere capitava con tutte le squadre, solo che i romani avevano portato le consuete “gentilezze della domenica” davvero a un altro livello. In qualche modo comunque la partita finì senza essere sospesa dagli arbitri, per i quali pure non fu certo una passeggiata di salute, e si arrivò al momento del saluto tra le squadre al centro del campo. Al momento del “cinque” tra il nostro defensive end italo-canadese Victor Visentin, soprannominato con buona ragione “Uomo di ferro”, e il tackle romano con cui si era scambiato botte e minacce di orrenda morte per tutto il pomeriggio, scoppiò finalmente la scintilla che tutti aspettavano. Qualche parola poco gentile e in pochi attimi ecco scatenarsi un “Free-for-all” da saloon di Abilene. In quella partita tra l'altro erano stati invitati - piuttosto improvvidamente - a roster delle Aquile alcuni ancora imberbi ragazzi della giovanile. Tra di essi il grande Nox, che qualche anno dopo si tramuterà in un carro armato umano. Ma quel che tutti ricordano è una scena classica, che si ritrova in ogni film del nostro amato Bud: mentre il gargantuesco Mobley cercava di separare due che si menavano senza pietà, uno dei nostri OL, che qui chiameremo Mayo, si avvicinò alle sue spalle per tirargli un'inutile botta nella schiena. Mobley si girò lentamente, fece uscire un getto di vapore dalle narici taurine, e iniziò a inseguire il povero Maini per tutto il prato. Era uno spettacolo vedere con quale insospettabile agilità slalomava tra i tafferugli… Altri due rookie, Paltro e John, non essendo entrati in campo, avevano pensato bene di andare a farsi una doccia anticipata, evitando il saluto finale. Nel frattempo la rissa non accennava a placarsi, con parecchi ferraresi che si difendevano come il generale Custer a Little Big Horn. Per fortuna arrivarono con stridore di freni alcune volanti della Polizia, chiamate da un ignoto quanto provvidenziale samaritano. Ci volle comunque parecchio per calmare tutti i duellanti e, soprattutto, per convincere John, Paltro e il traumatizzato Mayo a uscire da uno sgabuzzino degli spogliatoi.

Stefano Zucchelli*

(* ex giocatore

e ora nello staff delle Aquile)

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