Giovani traditi dal calcio «È un mondo che ti usa»
Le vicende di tre ragazzi classe 1993: due hanno smesso, uno non si arrende Albini e Tonozzi: «Presi in giro». Petullo: «Faccio il giramondo, ma sogno Varese»
FERRARA. Albini, Tonozzi e Petullo, tutti ragazzi classe 1993 che inseguivano un sogno. I primi due hanno smesso e non hanno alcuna intenzione di tornare a giocare a calcio; il terzo ostinatamente asseconda la sua vocazione.
Partiamo da Gianfranco Albini, centrocampista, che si è “arreso” nel dicembre del 2015 dopo la parentesi della Portuense, mentre in precedenza aveva vestito le maglie di Mezzolara e Spal in serie D: «Sono stato disgustato - dice Albini - dall’esperienza a Portomaggiore: ero titolare e al mercato di riparazione mi hanno detto che avrei dovuto cambiare squadra. Giocavo in Eccellenza, aspiravo a rifarmi una carriera e, senza alcun preavviso, mi è stato detto che non servivo più. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso».
Fisico da corazziere, buona tecnica individuale e una certa duttilità calcistica, ad Albini le offerte non sono mai mancate: «È proprio per questo motivo, per il fatto che mi hanno sempre cercato, quando non ero più fuoriquota, che ho sempre continuato a giocare anche quando la voglia veniva meno. Ma, dopo essere stato trattato come un peso, ho deciso che non avrei più giocato a calcio e non sono per niente pentito della mia scelta».
«Io ho fatto le giovanili tra Malborghetto e New Team - racconta Enrico Tonozzi, portiere prima di smettere -, poi a 14 anni sono arrivato alla Spal nelle giovanili. Già il primo anno con Tonino Ferroni mi allenavo con la prima squadra. Dopo la vittoria del campionato Berretti mi ha preso il Novara, che era appena salito in serie A. Dopo qualche mese mi hanno convocato con la prima squadra, fino alla “famosa” partita di San Siro contro il Milan. Gli anni dopo ho fatto diverse panchine in serie B, fino a esordire proprio allo stadio di Novara. Poi Treviso e Sud Tirol in C1 e l'anno scorso dono tornato a Novara».
Poi, la dolorosa scelta: «Purtroppo mi sono trovato a dover scegliere di smettere quest'anno, perché, con le nuove regole di giovani e under e contributi, non c'era più la possibilità di andare avanti anche con stipendi ridicoli e a 35 anni mi sarei ritrovato in mezzo a una strada. Mi sono sentito tradito, non dal calcio, ma da quelli che lo governano ora. Non mi sono pentito di nessuna scelta e penso che rifarei tutto. Il calcio mi manca, perché è lo sport più bello del mondo, ma purtroppo oggi è rovinato sia dalla crisi sia da alcune regole, per me ridicole, che fanno sì che i giovani non credano più in questo sport. Spero tanto che le cose cambino».
Un’ultima considerazione sul mancato esordio a San Siro: «Il Novara avrebbe dovuto spartire i soldi del premio del mio esordio tra Spal e New Team, ma queste tre società non si sono messe d’accordo sui soldi e io non ho giocato. Era già tutto deciso, avrei dovuto fare gli ultimi 30 minuti e, forse, avrei preso io l’ultimo gol di Inzaghi».
C’è anche chi non ha smesso di crederci, come Adriano Petullo, difensore giramondo che ha giocato anche nella Centese: «Sono di Varese - racconta -, ma per fare il professionista ho accettato di andare anche molto lontano da casa. La mia carriera mi ha portato in giro per mezza Italia e perfino all’estero. L’anno scorso sono stato in Lituania (serie B: 12 presenze e 2 gol in sei mesi), che ho lasciato per rispondere alla chiamata del Melfi, poi in Repubblica Dominicana, dove non sono rimasto, perché la situazione socio-politica è instabile. Adesso sono in Eccellenza in Sicilia a Capo d’Orlando, ma il mio sogno sarebbe vestire la maglia del Varese in D».
Corrado Magnoni
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