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basket serie a1 femminile - il coach in visita alla nuova

Savini, impresa a Vigarano «Serietà e non miracoli»

di Marco Nagliati ; di Marco Nagliati
Savini, impresa a Vigarano «Serietà e non miracoli»

FERRARA. Marco Savini contrae il virus del coaching a diciannove anni. Lui, bolognese classe ’73, viene folgorato mentre la vita scorre in Basket City. «La mia avventura da allenatore di...

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FERRARA. Marco Savini contrae il virus del coaching a diciannove anni. Lui, bolognese classe ’73, viene folgorato mentre la vita scorre in Basket City. «La mia avventura da allenatore di pallacanestro nasce per caso - racconta -; avevo giocato in piccole squadre bolognesi. Poi un giorno incontro un amico e, non so perché, gli dico che mi sarebbe piaciuto allenare. Fino ad allora non ci avevo mai pensato». L’amico lo ascolta, lo prende sul serio: Savini inizia a seguire il sentiero della panchina. Giovanili Fortitudo, vivaio Virtus sotto l’ala esperta di Giordano Consolini. Lo forgiano Dovesi, Sanguettoli e Lucchesi. Passa alla femminile, Libertas Bologna in A2: vince la Coppa Italia di categoria, lo scudetto Under 19. Siamo nel 2009. Va a Ragusa. In mezzo ci sta Ozzano, nel maschile, con Piero Millina e John McMillen. Questa estate mette piede a Vigarano, dove è stata attuata una profonda ristrutturazione societaria. L’attende l’impresa riuscita, l’anno prima, al collega Raffaele Ravagni: salvare nella massima serie la squadra espressione del Comune più piccolo. Partenza disastrosa, finale esaltante: missione compiuta con un turno d’anticipo dopo la vittoria nel confronto diretto con Sesto S. Giovanni. Ora una settimana di stop, poi chiusura con Parma. Subito dopo playoff, ancora con Parma.

Coach Savini, in attesa di tuffarsi nel pazzo mondo delle sfide scudetto, è venuto a trovarci in redazione. Dicono che con lei le baby ottengono fiducia e giocano. Sorriso pacato: «Per me è una cosa così naturale... Se sono brave stanno sul parquet: la carta d’identità la lascio negli spogliatoi. Quello in cui credo è il lavoro in palestra: far crescere le giocatrici mi piace». Una lunga teoria di schemi costruiti nel Bolognese, poi il viaggio a Ragusa. «Umanamente una bellissima esperienza. Difficile sul piano tecnico perché eravamo obbligati a vincere, una cosa nuova per me. La società stava crescendo, si stava organizzando». E mentre in Sicilia diventano una corazzata della serie A1, Savini rientra nel suo habitat naturale. Sale in Emilia, viene contattato dal nuovo management vigaranese. «Sono stati chiari, onesti. Mi hanno prospettato difficoltà, che non ci sarebbero stati miracoli. Ma una base societaria seria, rigorosa. I rapporti diretti ti rendono la vita più semplice. E meno male che a Vigarano c’è questa serenità ambientale».

Contrariamente, viste le difficoltà gestite per oltre metà stagione, uscirne vivi sarebbe stato impossibile. «Le giocatrici sono state scelte e volute in base a caratteristiche individuali funzionali al progetto di squadra che avevamo in testa». Com’è essere l’espressione di una realtà piccina piccina? Savini si prende un attimo. Poi dice: «Divertente. Stimola il lato competitivo. C’è molto forte l’appartenenza al territorio, in paese tutti si interessano quotidianamente delle vicende della squadra». Quindi, solo lati positivi? «Beh, l’unico timore che avevo non era tanto per Ostarello, abituata a viaggiare tra Turchia e Romania. Temevo che Orrange potesse avere uno shock culturale, di adattamento: dal college Usa a Vigarano in meno di un mese. Invece è stata bravissima».

Si parte e la Meccanica Nova perde otto partite di fila, nonché giocatrici in serie. «Periodo tosto. Tutti traumi. Peraltro in una squadra nuova che stava iniziando a crearsi un’identità. In situazioni del genere si può perdere la testa. Io sono rimasto lineare negli atteggiamenti, serio e pacato. Ho dato stabilità». E la società ha costruito lì la salvezza: non ha sbroccato. «Vero, c’è un gruppo dirigente con dei valori. Ha tenuto la rotta. Ritrovate le giocatrici abbiamo iniziato a vincere. Ci siamo salvate, pur avendo un rendimento alterno. Ora, ai playoff, mi piacerebbe giocare con la testa leggera. Se lo facciamo, le nostre rivali per batterci dovranno rimboccarsi le maniche un bel po’».

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