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Le storiche promozioni in b

Tartari e la Spal del 72/73: «Sembravamo il Barça»

Paolo Negri
Tartari e la Spal del 72/73: «Sembravamo il Barça»

Il grande centrocampista rivive quell’annata magica: «Piedi buoni, amore per il gioco e amicizia. Caciagli il segreto della svolta»

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FERRARA. Nell’aria, in città, il profumo di primavera è sapientemente miscelato con quello... di serie B. Ferrara è impaziente, aspetta la promozione della Spal. Ancora da conquistare ma, salvo cataclismi, vicina. La serie B. Manca da 23 anni. E proprio ai “salti” in cadetteria sono legati alcuni dei ricordi più belli, alcune delle emozioni più forti, del popolo biancazzurro. Le tre storiche promozioni in B sono quelle del 1972/73, del 77/78 (entrambe targate Mario Caciagli) e l’ultima del 1991/92 con Gibì Fabbri al comando. Vogliamo ripercorrerle tutte, attraverso le testimonianze privilegiate di alcuni protagonisti. Iniziamo con Marco Tartari, divina mezz’ala della prima Spal caciagliana.

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Marco Tartari, che squadra era la sua, quella del 72/73?

«Una Spal fantastica, un gruppo straordinario. Io debuttai tardi, in febbraio, ma feci in tempo a giocare le partite più importanti».

Quali?

«Posso citarne due o tre, tutte in trasferta. Il pareggio di Modena, davanti ad un pubblico da serie A. La vittoria di Lucca, la gara decisiva della stagione: partita perfetta, giocammo a calcio, il nostro calcio, anche su un campo ed in un ambiente ostili. Il pareggio a San Benedetto del Tronto alla penultima giornata: un 2-2 spettacolare, contro una squadra fortissima, con gente come Valà, Chimenti, Basilico. Fu il match più complicato e combattuto, sia noi che loro fornimmo un’ottima prestazione, in uno stadio infuocato non solo per il caldo di giugno. All’epoca, un punto fuori casa era importantissimo».

Perchè quella Spal è entrata nel mito?

«Perchè fece una cavalcata quasi irripetibile, perchè quasi dalla coda della classifica arrivò ad una promozione storica, perchè giocavamo... come il Barcellona dell’era moderna».

Chi c’era, chi ha visto, chi ricorda, sa che non è un’esagerazione.

«Infatti. Il segreto? Mario Caciagli. Grande persona, grande allenatore. Decisivo per la mia carriera. Mi fece debuttare in C a 18 anni nell’Arezzo, mi volle al Taranto, ci ritrovammo alla Spal. Io venivo da una lunga inattività, nella seconda metà della stagione precedente - a Taranto - mi ruppi il crociato. Arrivai in una Spal formidabile, gli inserimenti di Goffi e Pezzato furono decisivi. E Caciagli precorreva i tempi: calcio di fraseggio, nel breve, interscambi, possesso palla, tocchi di prima. Avevamo i piedi buoni, Caciagli sapeva schierare la squadra e non condizionò mai i giocatori agli schemi, se non a quello di cercare sempre il gioco».

Funzionavate perchè eravate forti?

«Ovvio. Ma anche perchè eravamo perfettamente coesi, c’era grande amicizia. E poi perchè il gioco veniva prima di tutto. E perchè eravamo dei vincenti: finita una gara non si pensava al successo ottenuto, ma già alla partita successiva».

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Al giorno d’oggi ci si chiederebbe come far coesistere Mongardi e Tartari...

«A quelli bravi va sempre trovato posto... E poi Lucio ed io eravamo diversi, complementari. Mongardi bravissimo in interdizione, pur sapendo giocare alla grande. Io più finisseur, anche se col tempo arretrai il baricentro».

Cosa significò quella promozione in B?

«Un successo. Un trionfo. Una gioia da condividere con una città affamata di calcio».

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