«Qui ho scoperto l’amore per la Spal»
Elisa Colognesi, moglie di Simone Colombarini, si racconta
FERRARA. In principio fu “Nostra Signora di San Siro”, come venne ribattezzata dal Guerin Sportivo. La prima... presidentessa agli onori delle cronache pallonare. La prima ad essere mediatizzata. Comunemente nota come lady Fraizzoli, moglie del numero uno dell’Inter. Una figura presente, molto presente, nel club nerazzurro ed al fianco del marito. La leggenda narra che la signora Renata sottoponesse ad una sorta di perizia calligrafica i giocatori in predicato di passare all’Inter, per coglierne gli aspetti caratteriali e poi avvallarne o sconsigliarne l’acquisto.
Elisa Colognesi, moglie del patron spallino Simone Colombarini, ha un altro profilo. Sprizza euforia e simpatia da tutti i pori, ha l’eloquio facile, appare sul palcoscenico biancazzurro ma sapendo restare dietro le quinte. E, soprattutto, rifiuta con forza la definizione di first lady che da più parti le si vorrebbe affibbiare: «È un titolo che non mi compete. Ho un ruolo marginale, assisto alle partite, dò il mio supporto. Ma sono una tifosa... dell’ultimo minuto e, soprattutto, tutti noi siamo gente alla buona, tranquilli».
Messaggio ricevuto. Se dietro ogni grande uomo (e Simone Colombarini ha dimostrato di esserlo, sia come capitano d’industria che nelle vesti di dirigente sportivo, di amministratore) c’è una grande donna, allora in questi giorni del trionfo spallino - dell’agognato ritorno in serie B - è giusto soffermarsi anche sulla figura di Elisa.
La giornata di sabato è stata un contenitore di emozioni, l’apogeo del triennio Colombarini alla guida della Spal. Lei che sensazioni ha vissuto?
«Indescrivibili. Uniche. Sì, una grande emozione. Preceduta anche dalla paura, quella di non farcela, quella di non ottenere il punto che serviva per essere promossi, perchè in precedenza in occasione di ogni grande affluenza di pubblico erano arrivate delle delusioni. Invece è andata tutto al meglio ed è esplosa la festa. Ma ho realizzato solo il giorno dopo, domenica. Ho chiesto a mio marito: “ma cosa abbiamo fatto?”».
In tre stagioni calcistiche la famiglia Colombarini ha portato la Spal in B, dopo averla rilevata sull’orlo della sparizione. Se lo immaginava?
«Non solo non lo immaginavo ma, all’inizio, ero anche contraria a questa avventura. Sono realista, tengo i piedi per terra. Ero molto timorosa. Quel giorno dell’estate di tre anni fa avevo proprio paura. Si trattava di affrontare un salto dal paese, da Masi, ad una piazza come Ferrara, alle prese con una storia gloriosa ed impegnativa, quella della Spal. La società era reduce da gestioni terminate indegnamente, ed io temevo che potessimo fare una figuraccia nella conduzione del club. Mio marito però era lanciatissimo, mio suocero Francesco più che deciso. Io non avevo voce in capitolo, ma Walter Mattioli è stato fantastico come sempre, molto carino, calmo: mi ha tranquillizzata. Mi sono fidata di tutti, ed ho incrociato le dita. Ed eccoci qui, le cose sono andate sempre meglio...».
Il primo impatto?
«La mia passione sportiva è sempre stato il basket. Abbonata fin dai tempi in cui la squadra si chiamava Ipercoop. Conoscevo il palasport, non il “Mazza” e l’atmosfera dello stadio. La prima volta è stata meravigliosa. Una sorpresa, sono rimasta colpita dal clima, dal fervore. Così il calcio e la Spal sono progressivamente entrati nella mia vita, contagiando tutti. I miei figli inizialmente venivano allo stadio con i tablet, adesso chiedono la lista delle formazioni e sanno tutto dei giocatori. Per quanto mi riguarda, ho imparato le regole del calcio, non mi scappa un fuorigioco».
Lei come concilia tutti gli impegni della quotidianità?
«Si... corre. Il lavoro, la scuola ed i compiti dei bimbi, le loro attività sportive. Agata ha 9 anni, Pietro 7. Si dividono tra nuoto sincro, volley, karate, equitazione... Mi piacerebbe che facessero basket ma i giorni della settimana sono solo sette... Di sicuro entreranno nel settore giovanile della Spal. Agata l’anno scorso era all’Etrusca e nella prossima stagione farà parte della Spal femminile, trascinerà anche qualche amichetta. Pietro a sua volta vuole iniziare a giocare».
Com’è la Spal vista da dentro?
«Una realtà stupenda, perchè costituita da persone meravigliose. Il lavoro grosso lo hanno fatto Mattioli ed il suo staff, professionisti esemplari come Vagnati. E poi i giocatori sono prima di tutto bravissimi a livello umano, sempre disponibilissimi alle varie iniziative sociali. Davanti a situazioni impegnative ho visto Cellini e Zigoni particolarmente commossi, e ciò la dice lunga sul loro animo».
La famiglia quanto incide nelle decisioni professionali?
«Lasciamo carta bianca. Non interveniamo, in nulla. Rispettiamo l’autonomia dell’ambito sportivo e la professionalità di ognuno. Noi abbiamo messo ciò che serviva».
Ma in casa lei e suo marito parlate di Spal o il calcio resta fuori dalle mura domestiche?
«Eccome se parliamo di Spal, e molto. Affrontiamo ogni argomento, dai giocatori alle partite, alle scelte. Leggiamo i giornali, seguiamo i social, registriamo critiche ed elogi. Io non sapevo cosa significasse la Spal. La mia passione è giovane, ma ora si gioisce per le cose che vanno bene».
B...enone, diremmo.
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