La Nuova Ferrara

Sport

Duran: «Bella questa vita presa a pugni»

di Marco Nagliati
Duran: «Bella questa vita presa a pugni»

Il welter racconta una carriera infinita L’esordio a Chicago, le delusioni e le risalite

3 MINUTI DI LETTURA





FERRARA. In quarta elementare, idee chiare. Un tema: “Da grande farò il pugile”. Alessandro Duran, 51 anni, viene in redazione alla Nuova e svolge lo scritto. Un sogno di bimbo è poi diventato una granitica certezza di uomo: diciannove anni sul ring, da professionista. In totale sessantatrè incontri: una carriera lunghissima nel cuore di una disciplina che logora il fisico (evidente) e l’anima (il boxeur, individuo solo con i suo démoni). Duran ha debuttato giovane (diciottenne) ed ha finito anziano (trentasettenne). Un’avventura sempre controvento, caratterizzata da schiena dritta e schiettezza estrema.

Il 9 luglio dell’83 il debutto. E furono subito polemiche.

«Un debutto atipico, in effetti. Allora in Italia si poteva esordire da pro a 21 anni, lo feci a 18 negli Stati Uniti. Contro il parere di tutti».

Quaranta giorni a Chicago, lei e papà Carlo: perché?

«Perché pensavo di avere la possibilità di costruirmi un futuro in questa disciplina. Andai in una palestra rinomata, mi allenai con grandi campioni. Dissero che avevo delle qualità e, alla fine, mi proposero un match come professionista. Accettai e vinsi».

Però tornò in Italia...

«E mi squalificarono diciotto mesi. Ma non ho mai perso un giorno di palestra. A Chicago mi offrivano un contratto di cinque anni, rifiutai. Dovevo finire la scuola e diplomarmi, effettuare il servizio militare. Di certo, già allora, la boxe italiana dimostrò di avere problemi di mentalità».

Lei, però, aveva fatto la sua scelta: “Farò il pugile”.

«Proprio a Chicago scoprii che la boxe sarebbe potuta essere una professione e non solo un divertimento. Intanto rientrando persi quasi due anni di carriera».

Cos’è il pugilato per lei?

«Un divertimento. Ho avuto il grande privilegio di lavorare divertendomi».

In un’epoca in cui ancora la boxe aveva un ruolo importante nel panorama sportivo.

«Diciamo che io ho avuto la fortuna di avere al fianco due grandi manager: Rocco Agostino e Salvatore Cherchi. Ho sempre creduto che sarei stato un buon pugile, anche se in questa disciplina sei costantemente sul filo del rasoio: perdi un match e finisci nel dimenticatoio».

E nessuno pensa alla sofferenza che c’è dietro...

«La boxe è rimasta sempre la stessa da quando è nata: faticosissima. A me, a volte, serviva la carriola a casa per camminare tanti erano i dolori. Però ci credevo, sempre. Certo, adesso mi piange il cuore a vedere com’è la boxe ora: tutto improvvisato. Prima c’era un’enorme professionalità in tutte le componenti. Adesso mancano i personaggi, i manager, il pubblico, i soldi...».

Anno 1994, amara Gran Bretagna.

«Dopo dodici titoli italiani ebbi finalmente la chance mondiale: a Belfast contro il nord-irlandese Loughran».

Era la vittima predestinata.

«Persi ai punti dopo un match equilibrato. Quel verdetto, come dire: insomma... Però mi diede la ribalta internazionale che cercavo».

Ed ecco Glasgow: europeo col golden boy di casa Gary Jacobs.

«Quella fu la mia vera sconfitta per ko della carriera. All’8º round: l’arbitro avrebbe potuto contare fino a cinquemila ma non mi sarei mai alzato. La mia buona sorte, comunque, è sempre stata quella di finire ogni match lucido e scendere dal ring sulle mie gambe».

Il 24 novembre del 2002 batte Cioffi e dice addio.

«Il 18 gennaio avevo perso in Danimarca l’europeo contro Bladt. Avevo 37 anni e nessuna voglia di fare altra anticamera per ripartire. Con Cioffi doveva essere un test di rientro, prima di un’altra possibilità continentale. Invece appresi proprio dalla Nuova che non sarei stato io lo sfidante. D’impeto comunicai al manager l’addio al ring».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google