Zamboni, quel gol al Milan e mille ricordi
A 42 anni termina la sua splendida avventura calcistica: «A Bologna sfiorai la A, ma la Portuense l’avrò sempre nel cuore»
PORTOMAGGIORE. Giro d’Italia da Portomaggiore e ritorno in 35 anni d’avventure. Il calcio nel sangue, seguendo istinto e amicizie. La carriera di Michele Zamboni non si riassume in poche parole, pur dopo un tracciato intriso di episodi, viaggi e battaglie.
«I primi calci nella Portuense, dove volevo chiudere, sogno realizzato grazie a Iosco. Avevo 7 anni. A 13 il trasferimento al Bologna, nonostante l’interesse dalla Spal. Entrai nei Giovanissimi con Ballardini: vincemmo il titolo nazionale. In rossoblù ho giocato 7 anni, senza mai esordire in prima squadra. Ho avuto l’occasione con Reia, ma rifiutai di andare a Carpi. Esordendo avrei avuto un altro tipo di carriera. La mia proseguì a Lugo».
Indubbiamente, le quattro stagioni a La Spezia hanno lasciato il segno, come ha dimostrato il regalo di un ex ultrà della città ligure. «Quello stadio e quel tifo sono stati impagabili: mai sentito un calore del genere. Con allenatore Mandorlini vincemmo il campionato di C2 da imbattuti, con ottimi risultati nel successivo. Ho segnato poche reti, ma la più bella fu lì contro il Milan dopo la promozione nell’ultima amichevole dell’anno. Lo stadio era stracolmo: li battemmo 4-1. Segnai la seconda rete, di sinistro da fuori area con Seba Rossi in porta. Mio papà, tifoso milanista, ogni tanto mi rimprovera ancora».
Michele non dimentica nemmeno il Sud con Melfi: .«Non firmai il rinnovo alla Valenzana: da anni dicevo che non sarei mai andato. Ma fu un’esperienza bellissima. Se vincevi eri amico di tutti, se perdevi avevi problemi. Il primo anno feci molto bene. Il secondo difesi Sottil, allenatore al Bassano, ricevendo due schiaffi. A quel punto accettai il Ravenna l’ultimo giorno del mercato invernale. Traslocai in 24 ore. Trovai Dal Fiume, con cui vincemmo i playoff di C2, insieme ad una bella salvezza l’anno successivo con Pagliari». Poi, la scelta di deviare a Masi San Giacomo, invece di Ferrara. «Mi chiamò Leo Rossi - racconta ancora Zamboni - per andare alla Spal di Tomasi. Ma la corte di Baiesi mi convinse per la Giacomense. Una scelta che rifarei. C’era un progetto solido: società forte e giocatori che conoscevo, come Omar Roma, Venturi, Finucci e Ricci, oltre a Poletti, Perelli, Rodighiero, Contini. Il secondo anno si formò un gruppo che non ho mai avuto in carriera: stavamo bene insieme. E i risultati si videro. Ogni tanto ci ritroviamo». La terza stagione in grigio-rosso fu l’ultima nei professionisti, con trasferimento ad Abano in Eccellenza per 4 stagioni e chiusura alla Portuense. «Non avevo problemi di categoria: scelta la squadra, per me era come giocare al Real Madrid. Sognavo di giocare a San Siro: purtroppo lo frequento solo per i concerti. Ma sono stato due volte a Marassi, campionato e Coppa Italia: impianto da mille emozioni, che non mi fece dormire le notti precedenti. Alcuni compagni sono diventati amici veri, mentre l’unico allenatore che richiamerò sarà Mandorlini. Era ingestibile, ma ad anni di distanza capisco le motivazioni di certi atteggiamenti, oltre all’insegnamento di come stare in campo». Il primo tifoso di Zamboni è da sempre papà Armando. «Mi ha seguito ovunque, senza interferire in scelte o attraverso conoscenze. Iniziai come podista, poi gli amici mi spinsero al calcio con lui allenatore. Ma non fu mai un peso».
Enrico Menegatti
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