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VOLLEY

Per Martinelli un oro mondiale quasi per caso

di Sergio Armanino
Per Martinelli un oro mondiale quasi per caso

Dal calcio al basket fino alla pallavolo «L’ho lasciata tante volte, ma sono tornato»

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FERRARA. Quasi un concittadino, ferrarese ormai acquisito: sul campo da giocatore prima, per residenza poi, dalla scorsa stagione come allenatore della 4 Torri. Marco Martinelli, trentino di Rovereto, classe 1965, si racconta.

Martinelli, quando si è avvicinato alla pallavolo?

«A Rovereto, in terza liceo. In prima e seconda, a scuola, disputavo i tornei interni, così come per basket, atletica leggera, calcio: ogni occasione era buona per non stare a casa a studiare! A fine seconda liceo ho lasciato il calcio, perché sono cresciuto molto, da un metro e 85 a due metri in un’estate, e a calcio parevo un ufo».

Calcio? In quale ruolo?

«A parte il portiere, facevo tutto: avevo buona tecnica e anche qualità fisiche. Ho iniziato da difensore, poi sono passato a centrocampo e in attacco».

Poi, ecco il volley.

«In terza liceo, la prima metà dell’anno ho giocato in una giovanile di Rovereto con alcuni mei compagni di classe, in quarta ero già in C1: io avevo 17 anni, altri anche più di 30. Il primo anno è andato benino, poi qualche delusione e, stuzzicato, sono passato al basket, passando l’estate a fare camp in giro per l’Italia con la squadra di Rovereto. A ottobre sono tornato alla pallavolo e non l’ho più mollata: ho fatto un altro anno in serie C, iniziando a migliorare, e sono arrivati i primi interessamenti di squadre di livello: Prandi allenava la Robe di Kappa (il Cus Torino) e mi voleva, ma i tesseramenti erano già chiusi, ma siamo rimasti in contatto. Quell’estate feci i tornei estivi con le squadre di serie A».

Ed è iniziata la sua carriera importante...

«Venni chiamato nella rappresentativa regionale, dove c’era già Lollo Bernardi, e mi arrivarono delle proposte dalla serie A. Alla fine ho scelto Padova per motivi di vicinanza. Lì ti metti in competizione, all’inizio non giocavo quasi mai, alla fine ero titolare».

Un gran bell’avvio...

«Ma è durato poco: l’anno dopo sono partito per il servizio militare, però mi hanno inserito nella Nazionale militare e mi sono sempre allenato. Poi, alla fine del secondo anno a Padova, è arrivata la prima convocazione in Nazionale, ma mi hanno scartato prima degli Europei».

Aveva poco più di vent’anni, il tempo e le occasioni sarebbero arrivate...

«In verità, iniziò un periodo un po’ tribolato: prima un infortunio a una caviglia, poi e alla mano... Intanto è arrivato Prandi ad allenare a Padova e mi sono convertito da opposto a centrale. Alla fine del quinto anno a Padova (89/90) mi ha convocato Velasco in Nazionale e poi rimasi azzurro fino al ’94. Quella stessa estate passai a Modena, dove rimasi per 4 stagioni, l’ultimo vincendo la Coppa Italia, l’unico trofeo che ho conquistato in un club, non sono mai andato oltre la semifinale scudetto».

Nonostante una carriera lunghissima e in squadre prestigiose...

«L’anno dopo fu transitorio, a Montichiari, poi altri due a Padova, un anno a Taranto in A2, quindi due anni a Macerata e tre a Ferrara, per poi chiudere la carriera a Mantova in A2, quand’è nato mio figlio Riccardo e facevo il pendolare da Ferrara».

Quindi iniziò la carriera di allenatore.

«La prima esperienza fu da vice di Santilli in A1 a Vibo Valentia e alla fine mi chiesero di fare il direttore sportivo, ma la mia idea era provare ad allenare e ho declinato l’offerta. Andai a Genova in serie B, poi vicino a Padova, dove ho aperto un negozio di giocattoli (catena Città del Sole, era il 2008), visto che la pallavolo era in ridimensionamento: o andavo all’estero, o vivevo la crescita di Riccardo qui a Ferrara, dove intanto ci eravamo stabiliti. Dopo il 2009 a Riviera del Brenta ho mollato la pallavolo, finchè l’anno scorso mi hanno proposto di allenare la 4 Torri: facendolo a casa, ho accettato».

Facciamo un passo indietro. L’allenatore che le ha dato di più?

«Devo mettere sullo stesso piano Velasco e Prandi: il primo l’ho avuto solo in Nazionale, l’altro in tre club diversi (Padova, Macerata e Ferrara)».

Il compagno di squadra preferito?

«Ho legato con molti, ma quello con cui sono stato più a lungo è Damiano Pippi. Poi Paolo Tofoli, con cui ci sentiamo ancora».

La soddisfazione più grande?

«La vittoria del mondiale 1990. Per tutta l’estate mi sono dovuto sudare il posto nei 12».

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