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Buriani, grinta e passione per una stella

di Marco Nagliati
Buriani, grinta e passione per una stella

Da Portomaggiore alla Spal: poi il Milan E una carriera super che ci ha raccontato

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FERRARA. Un guerriero biondo, forgiato nella fatica e impastato nell’orgoglio. Ruben Buriani da Quartiere di Portomaggiore, quattordici fratelli e un pallone da rincorrere per dare un colore alla vita. Non riscatto sociale, semmai fonte di guadagno per dare luce all’esistenza. Milan, Roma, Napoli... Squadroni metropolitani per un prodotto verace della nostra provincia. Un “settepolmoni” che ha “giocato con” e “corso per” grandi campioni. Buriani è salito nella redazione della Nuogva e ci ha raccontato di Rivera, Falcao e Maradona. Di scudetti e di sacrifici.

Ruben, tutto è iniziato nel nome di Mazza.

«Come tanti ragazzi di provincia correvo dietro ad una palla. Mi piaceva, avevo speranze e sogni. Mi videro il povero Ottavio Ferraresi e Luciano Cazzanti: arrivai alla Spal del presidentissimo Mazza. Feci tutta la trafila delle giovanili, poi mi girarono al Monza. La mia carriera professionistica è partita dalla Brianza».

Com’era la Spal del presidentissimo?

«Il commendatore aveva una marcia in più. Coltivava il suo progetto: curava incessantemente il vivaio. Nella foresteria c’erano una ventina di ragazzi: mensa, dormitorio, stanze... La famiglia Negri ci accudiva e seguiva in tutto. E poi i campi: c’era l’ossessione di avere terreni di gioco perfetti. Mazza era all’avanguardia. Quando sei organizzato, i risultati li ottieni».

Quali erano i suoi sogni di ragazzo?

«Diventare calciatore “vero” e aiutare la famiglia. Sognavo di giocare nella squadra per la quale facevo il tifo. Da bimbo sentivo parlare di Rivera, Malatrasi, Picchi... Mi innamorai di quei racconti, che all’epoca la televisione non trasmetteva nessuna partita».

La squadra della sua fantasia era il Milan. Lei va al Monza, poi nel 1977 la acquista proprio il Milan.

«Mio padre, quando lasciai Ferrara, mi disse: “Devi arrangiarti da solo, ho molto bocche da sfamare e non posso aiutarti”. Ho avuto fortuna, abbinata a capacità e voglia feroce. Facevo il militare, lessi sulla Gazzetta dello Sport: “Il Milan prende Buriani”. Io non sapevo nulla, all’epoca non esistevano i procuratori: decidevano le società ed i calciatori nemmeno erano avvertiti. Ti arrivava un telegramma e ti adeguavi».

Non le andò male.

«Rimasi folgorato dalla notizia. Andai al Milan con dentro l’esempio di mio padre, dei suoi sacrifici. Volevo sfondare per aiutare la famiglia. Per dire: mio padre in casa non aveva nemmeno un bagno. Con i miei primi guadagni lo costruimmo».

Lei davanti a 90.000 spettatori fece subito faville.

«Eggià, novembre 1977. Il mio primo derby contro l’Inter. Venivo dalla B, feci due gol e vincemmo 3-1. Dopo ebbi tutti i giornalisti addosso, mi pareva innaturale: travolto dalla popolarità».

Come mantenere l’equilibrio?

«Venivo da un piccolo paese, volevo far uscire i miei cari dalla povertà. Sapevo chi ero, rimanere umile non fu complicato. Arrivare è difficile, rimanerci anche di più».

Tanto che quando il Milan finì in B per il calcioscommesse, lei rimase.

«Ai giorni nostri, invece, se ne sarebbero andati tutti. Io, Baresi, Collovati, Maldera restammo. A me questa scelta costò anche la Nazionale».

Parentesi a Cesena, poi Roma nel 1984 e Napoli l’anno dopo.

«Ho giocato con campionissimi e conosciuto allenatori super come Eriksson: trent’anni avanti a tutti. Ma col Napoli, in una gara a Milano contro l’Inter, mi fratturai tibia e perone. La mia storia è finita lì».

Nel 1986, però, 24 gare con la Spal in C.

«Nato qui e terminato qui. Ma facevo fatica a recuperare dall’infortunio, avevo più di trent’anni. Non ce la facevo più, inutile bluffare con l’età».

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