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ruben e gli anni al fianco dei campioni con liedholm ed eriksson

«Io con Rivera, Falcao e Maradona»

«Io con Rivera, Falcao e Maradona»

Gianni un signore. Paulo a Roma si isolava, Diego davvero unico

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FERRARA. Ruben Buriani, si dice, era un portatore d’acqua. Un gregario che correva per i campionissimi. Adesso, verrebbe sottolineato, manterrebbe gli equilibri. Unico, il ferrarese ha giocato con tre mostri sacri dell’italico pallone.

Ci parli di Rivera con cui ha vinto lo scudetto della stella.

«Arrivo al Milan nel 1977: nel 1978/79 vinciamo lo scudetto. Rivera, oltre a essere un grande calciatore, era una persona super. Aveva qualità innate, una signorilità rara. Forte personalità: portava avanti le sue idee, anche se impopolari. Ti proteggeva e sapeva assumersi le responsabilità».

Vi allenava il barone Liedholm.

«Ci dava sempre del lei, appariva distaccato. Mi chiedeva serietà, sempre. Ma sapeva essere abrasivo con le battute. Un giorno mancava Rivera, doveva assegnare la maglia numero dieci. Nello spogliatoio disse: “Siccome ultimamente questa maglia corre poco, adesso la diamo a Buriani che la farà muovere di più”».

Nel 1984 eccola alla Roma, con Paulo Roberto Falcao.

«Un giocatore eccellente, ma nello spogliatoio gli piaceva isolarsi. C’erano Cerezo, Giannini, Conti, Nela, Pruzzo, Ancelotti... Lui, Falcao, stava un po’ per conto suo: sapeva di essere il cardine tecnico della squadra».

La stagione successiva passa al Napoli di Maradona.

«Aveva solo il sinistro, però mai visto a nessuno fare le cose che faceva lui. E non è vero che non si allenava. Poi era un generoso, sempre pronto a difendere un compagno di squadra davanti a tutti. Si batteva per le ragioni del gruppo. Un punto di riferimento per l’intero spogliatoio».

Bello averlo al fianco...

«Campioni così ti fanno vincere quando vogliono, non li marchi. Altroché gabbie per frenarli. Ricordo che in allenamento metteva dieci palloni al limite dell’area e diceva al portiere Garella: “Li metto tutti all’incrocio”. Beh, lo faceva davvero. Con una naturalezza poi, come mangiasse un panino».

Oltre a calciatori da pallone d’oro, lei ha lavorato con allenatori di fama.

«Oltre a Liedholm, un altro svedese mi ha colpito: Sven Goran Eriksson».

In che modo?

«L’ho già detto, aveva concezioni sia tecniche che di gestione dello spogliatoio che erano decenni più avanti rispetto agli altri».

Ad esempio?

«Abolì il ritiro prepartita. Al sabato restavano a casa, perché diceva che eravamo professionisti e non c’era motivo di dubitare che non avremmo fatto vita da atleti. Per noi era una scelta inimmaginabile. Sapevamo che alla prima sconfitta ci avrebbero accusato di dolce vita, anche se invece eravamo a casa».

Dura la metropoli...

«Ma io ho origini contadine, la pelle dura. Ho resistito a tutte le pressioni».(m.na.)

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