Coach Taborda e il volley Un universo multicolor
«Smisi di giocare quando mi addormentai in panchina, ero un alzatore pigro Nonno disse che sarei tornato a casa: arrivai a Ferrara. In squadra non si discute»
PORTOMAGGIORE. «Nonno mi diceva: tornerai a casa». E così sarà: Guillermo Taborda rientra nella “terra madre” italiana seguendo l’ondata di tecnici argentini a fine anni ’80 per sviluppare la passione di allenatore. «Sono stato un palleggiatore molto pigro. I compagni non mi sopportavano, specie quando la notte facevo tardi. Dopo essermi addormentato in panchina, decisi di smettere: avevo 20 anni. La società Normal Tres mi fece allenare i ragazzi dove giocava Cuminetti: un colpo intelligente e un grande lavoro di 5 anni. La voglia di conoscere mi portò in Italia».
Stefano Recine lo raccomandò a Ferrara. Dopo un paio di allenamenti, Baglietti lo ingaggio per la mitica Monteco: con l’acquisto di Alvarez, opposto della nazionale Juniores argentina, fu promozione in A2. «Lavorai qualche anno in provincia, trasferendomi a Roma in A2 femminile. La palleggiatrice era Federica Lisi, moglie di Vigor Bovolenta (scomparso nel 2012; ndr). Lo conobbi a 16 anni in spiaggia. Entrambi erano nella capitale: lui con coach Montali e Tofoli. Lei si allenava tantissimo: aveva un gran carattere. Ogni tanto la risento: ora con 4 figli è ancora più determinata». Ma Taborda non sopportò la mentalità degli allenatori verso il volley femminile: «I maschi risolvono i problemi con la potenza. Quando vi arriveranno le donne, come sta accadendo, sarà una pallavolo bellissima. Le ragazze sono toste: il gioco è meglio del maschile. Le differenze sono nella spettacolarità della prima azione. Nel femminile la palla non va sempre a terra, contrariamente al maschile, oltre alla diversa aggressione in battuta. Adesso, il volley femminile ha un livello tecnico-tattico fantastico. La pallavolo maschile è destinata a scomparire. Dai vivai non escono buoni giocatori. L’ultimo di livello uscito da Ferrara è stato Paolo Ferrioli, classe 1967. Non è solo un problema di club: i ragazzi prima giocano a calcio, poi qualsiasi altra cosa.Comprese ore spese davanti al computer, perché la società crea individui legati all’immagine. Ai miei giocatori insegno che sul 23 pari subentra il fattore H-umano: se avete paura, perdiamo».
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Ma il concetto fondamentale del volley tabordiano è tra squadra e gruppo. «Nella squadra vi sono i ruoli. Si può essere uno straordinario gruppo di persone, ma non facendo bene il ruolo tutto salta. Il gruppo è anarchico. Io coordino i ruoli e decido. Conta la squadra, unione dei singoli: se sei arrabbiato perché non giochi, dimostrami il contrario. Guadagna il posto per meritocrazia in uno sport sovversivo, dentro un piccolo spazio: insieme ad altri con velocità della palla». Da destrutturare anche il concetto dei clan argentini in Italia. «Non appartengo a nessun clan. Si aiutano i connazionali. Gli argentini hanno successo perché sono più leader: lottano come bestie. La solidarietà è normale, come tra me e Cuminetti al mio arrivo in Italia o quando lo aiutai durante la riabilitazione dopo l’incidente al gomito. Passò otto mesi da me a Ferrara, tornando ad essere top player». A Cles con Bernardi, Tovo e De Palma nel 2009 una promozione, capolavoro tattico e tecnico, con Bernardi a fine carriera ad allenarsi come un ragazzino. «Miglior giocare al mondo? Non è esistito Maradona o Pelé. Il migliore sa ricevere-difendere e attaccare bene. Ora mi piacciono i palleggiatori come Brunino o De Cecco, che fanno cose fantastiche con giocatori mediocri. Il palleggiatore bravo fa ancora la differenza. Il coreano Kim Ho-Chul era straordinario, come Jeff Stork o Vjaceslav Zaytsev, senza dimenticare Fabio Vullo. Bernardi è stato grande, ma non il migliore. Il più grande di tutti era il cestista Michel Jordan: la squadra perdeva perché lui non aveva messo l’ultimo punto. Le regole del mio volley sono due: io non sono in discussione e ogni situazione deve far giocare bene il palleggiatore. Possiamo perdere, ma gli altri devono giocare una grande partita. E questa consapevolezza pesa sugli avversari».
Enrico Menegatti
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