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Magnani, il demiurgo «L’atletica azzurra ha rialzato la testa»

di Marco Nagliati
 Magnani, il demiurgo «L’atletica azzurra ha rialzato la testa»

Il ferrarese è il d.t. di un’Italia che è uscita bene dagli Europei Dopo tre anni di lavoro si avvicina l’obiettivo: le Olimpiadi

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FERRARA. Da Gimbo a Veronica, passando per un moto di riconoscenza a Meucci. Appagante è il viaggio di rientro di Massimo Magnani dagli Europei di atletica terminati domenica ad Amsterdam. Ieri il 64enne ferrarese è sbarcato a Roma. Soddisfatto sia nelle vesti di direttore tecnico della Nazionale sia come allenatore di Veronica Inglese e Daniele Meucci, rispettivamente argento e bronzo nella mezza maratona. L’Italia è uscita dalla rassegna continentale con un senso di sollievo: il nono posto nel medagliere (due ori, due argenti e tre bronzi) esprimono compiutamente il senso della rinascita azzurra. Dalle macerie di Pechino (Olimpiadi 2008) alla speranza di Rio (i Giochi in programma tra un mese). In questo cambio di orizzonte, c’è tutto il lavoro di Magnani. Amsterdam è stata una significativa tappa di avvicinamento, da ieri in Fidal a Roma sono iniziate le grandi manovre verso il Brasile.

Magnani, l’Europeo come lo inquadra?

«Positivamente. Bene non solo per le medaglie conquistate, ma per quanto ha dimostrato l’intera squadra. Dopo le ultime Olimpiadi negative, nel 2013 abbiamo allestito un progetto per rimettere in piedi la Nazionale. È stato scelto di puntare sui giovani, farli crescere anche provandoli nelle gare ufficiali. Ad Amsterdam abbiamo espresso un buon livello: ho avuto risposte confortanti. Da questi Europei usciamo a testa alta».

Alfio Giomi viene eletto presidente federale e la sceglie come direttore tecnico azzurro. L’avventura è giunta al terzo anno.

«Il lavoro è stato impostato efficacemente, siamo riusciti a rivitalizzare in profondità la nostra atletica. Il mio mandato scade dopo Rio, l’obiettivo è quello. Qualche carta da giocare ce l’abbiamo».

Il saltatore Tamberi è tra i più gettonati.

«Gimbo ha appena vinto l’oro, chiaro che è sotto i riflettori. Ma abbiamo anche Meucci. Poi penso alla marcia femminile e non dimentico la Trost. Infine c’è la Grenot: è in uno “spolvero” notevole. Per tutti, comunque, abbiamo ancora una quarantina di giorni per affinare la preparazione».

Meucci lo allena personalmente.

«Con Daniele esiste un rapporto consolidato. A livello mentale, quando conta, sa farsi trovare pronto. Amsterdam per lui è stato un momento di passaggio: fosse stato un po’ meno “risparmioso” sarebbe andato oltre il bronzo. Ma le Olimpiadi sono il “suo” traguardo e la testa è già proiettata al futuro».

Poi la 25enne Veronica Inglese.

«Questo suo esordio è quello che mi riempie di maggiore soddisfazione. La gestisco direttamente dal novembre scorso: è la donna del futuro per quanto riguarda la maratona. In Olanda ha compiuto un exploit, ma io ero convinto che avrebbe fatto bene. Dentro di sè ha quelle cose che sa mettere insieme quando conta. Io trasferisco su di lei un po’ delle mie esperienze dirette quando facevo il maratoneta».

Come vive il ruolo da direttore tecnico della Nazionale?

Sospiro... «È sostanzialmente diventato un lavoro a tempo pieno: dedizione totale alla causa. Alla causa dell’atletica, intendo. Come allenatore seguo Meucci, Pertile e la Inglese, poi va aggiunto tutto il lavoro per la Federazione. Tutto ciò, essendo sempre in viaggio, mi fa dimenticare quanto è bello stare a Ferrara. Diciamo che, quanto torno, apprezzo ancora di più la nostra città».

Massimo, apriamo una parentesi: l’intensa attività per l’atletica le impedisce di seguire la Pallacanestro Ferrara.

«Purtroppo è proprio così. Quest’anno sono riuscito a seguire la Bondi soltanto attraverso i canali streaming».

Dopo le Olimpiadi magari potrà rifarsi...

«Non mi dispiacerebbe potermi occupare di basket».

Chiusa parentesi: il suo mandato è finalizzato a Rio.

«Il ruolo di direttore tecnico mi ha preso più di quanto fosse preventivabile. Ma è un lavoro unito alla passione, quindi la mia disponibilità è assoluta. Ci sono stati momenti difficili, eccome».

Diciamo che ha ereditato un movimento che aveva perso vitalità.

«Si erano smarriti i punti di riferimento tecnici, organizzativi e relazionali. Dopo tre anni, la Fidal è tornata ad essere un punto di riferimento per il movimento. Poi, chiaro, non è che va tutto bene ma almeno il percorso è ricominciato. Vedremo dopo Rio cosa succederà. Ci saranno nuove elezioni Federali e, sulla base di chi sarà eletto, si vedrà come verrà composto lo staff tecnico».

Miglioramenti possibili?

«Il modello che abbiamo costruito va riperfezionato, seguendo l’evoluzione degli atleti. Dobbiamo sicuramente crescere sul piano dell’esperienza».

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