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Cavalieri: «La mia Africa nell’academy dei portieri»

di Davide Bonesi
Cavalieri: «La mia Africa nell’academy dei portieri»

L’istruttore di Porto Garibaldi è stato due mesi a Kinshasa (Congo) Per formare gli allenatori e impartire un metodo: hanno talento e voglia

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PORTO GARIBALDI. La carriera parla per lui: quasi 300 presenze nei professionisti, vestendo le maglie di squadre prestigiose come Bologna (promosso in serie B con alcune importanti presenze), Avellino (altra promozione in B ma senza giocare), Genoa, Monza, Livorno, sino a concludere la carriera in serie C fra Monopoli e Leonzio. Ma il nome, Enrico Cavalieri, fa capire le chiari origini comacchiesi, anzi magnavaccanti come preferisce lui. Ebbene, dopo una carriera importante da portiere professionista, Cavalieri ad un passo dai 60 anni (li compie il 9 gennaio del prossimo anno) ha deciso di mettersi decisamente in gioco, accettando una proposta davvero singolare giuntagli dal Congo attraverso Marco Roccati, altro ex portiere professionista. Cavalieri per due mesi ha lasciato la tranquilla provincia bolognese dove vive (ma ha ancora la residenza a Porto Garibaldi) per andare a Kinshasa, capitale del Congo, chiamato dal responsabile del settore giovanile dell’Ujana e dal selezionatore della Nazionale congolese, Florent Ibangé.

«La molla per partire – racconta Cavalieri – è la stessa di tanti che indecisi accettano e poi ti dicono soddisfatti “mai avrei immaginato”: invece si tratta solo di decidere se partire oppure no. L’Ujana è la principale società di settore giovanile del Congo, hanno realizzato una bellissima accademia, un centro molto bello in un posto altrettanto difficile, c’è notevole contrasto fra quello che si vede fuori e la realtà dentro al centro. Ma tutta la situazione del Paese è complicata, anche in vista delle elezioni, tanto che al termine dei due mesi che ho trascorso là alcuni di loro mi hanno ringraziato dicendomi che ho lasciato loro una piccola speranza. Tramite Roccati sono andato perché cercavano non tanto un allenatore, quanto un istruttore, qualcuno che potesse formare i loro preparatori dei portieri e così sono andato. Io credo molto nell’uso di metodo e conoscenza, quello che manca. Loro hanno grandi potenzialità, ma manca il metodo, anche se questo in fondo è un difetto che si trova anche in Italia ed in altri Paesi d’Europa, l’ho toccato spesso anche durante la mia carriera ed è sempre stato un mio obiettivo da quando ho smesso di giocare».

Per la cronaca la Primavera dell’Ujana nell’ultima edizione del “Viareggio” è stata la prima squadra africana a superare la prima fase a gironi e il materiale umano su cui lavorare non manca: «L’avventura è durata due mesi, alla fine loro erano molto felici e pure io, che sono riuscito a chiudere il mio programma. E’ stata un’esperienza intensa e utile, anche per me considerando quanto è complicato lavorare su certe aspetti, ma da sempre le cose più facili le lascio agli altri. Sono stato contento dei risultati ottenuti, va infatti tenuto presente che lì manca la semplice base; però ci sono ben 12 preparatori dei portieri per un’accademia che conta 2.800 tesserati. Hanno numeri, fisico e voglia: hanno solo bisogno di preparazione».

E in Italia invece? «Penso che ormai sia difficile cambiare il sistema. Quello che provo ad insegnare lo faccio ormai da 25 anni, però con società che contano 20-25 bambini e quasi sempre dilettantistiche, gente che poi cambia vita, smette o gioca a livelli non alti; di fatto non “sposto” nulla e quando dico qualcosa sembra sempre che sia lì per dare fastidio agli altri. Ma il problema nasce ai vertici, è lì che vengono decise correnti di pensiero e linee di lavoro. La parola chiave è professionalità, a qualsiasi livello, però le voci fuori dal coro danno fastidio. La realtà è che di allenatori è pieno il mondo e ognuno si ritiene il migliore, ma molte cose vengono fatte per sentito dire, o perché si è seguito il corso allenatori, visionato cassette o allenamenti altrui; tutti fanno ma nessuno insegna come fare. Ho parlato più volte negli incontri degli allenatori, ho trovato anche l’appoggio di Renzo Ulivieri (presidente nazionale dell’associazione allenatori; ndr), ma ci si è sempre arenati lì».

Enrico Cavalieri è nato a Porto Garibaldi, passato alle giovanili del Bologna, ha esordito in serie C a 19 anni nel Clodiasottomarina, retrocesso poi in Interregionale. Calcisticamente parlando nella nostra provincia si contano due sole presenze, nella stagione 1998-99 a 41 anni fu chiamato dal Sant’Agostino per sostituire l’indisponibile Andrea Minelli. Cavalieri, che giocava negli amatori, disputò le ultime due partite senza subire reti contribuendo alla storica promozione in Eccellenza della squadra allenata da Loris Marani. «Ho sempre mantenuto la residenza a Porto Garibaldi, anche se la mia vita è a Bologna. Attualmente lavoro per due società, una è l’Anzolavino e l’altra il Granamica, ma curo solo i portieri del settore giovanile, dai Piccoli Amici agli Allievi, poi li lascio perché allenare non è il mio mestiere. A Porto Garibaldi torno sempre, lì vivono mia madre e mio fratello, non ho perso il legame con il mio territorio, quella rimarrà per sempre la mia casa, il posto dove tornerò prima di morire... Ah, specifichiamo bene Porto Garibaldi, non Comacchio, ci tengo».

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