AFFETTO E ANEDDOTI
Paolino Rossi omaggia il maestro
«Al Vicenza ha insegnato a giocare anche a... uno come Lelj»
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FERRARA. Paolo Rossi è campione del mondo per gli almanacchi. E lo sarà sempre, lui, il Pablito di Spagna 1982. Ma la cosa più importante è che sappia essere campione di umanità.
La sua presenza ieri al Centro non è stata solo l’aneddotica comparsata di un ospite giunto lì per dovere. Tutto il contrario. Rossi era profondamente legato a Gibì Fabbri, non solo perchè, in fondo, gli ha dovuto (e gli deve, per sempre) buona parte della sua carriera. C’era un rapporto forte, un filo che non si è spezzato nel corso degli anni, un filo che unisce Paolino - come lo chiamava affettuosamente Gibì quando conversava con noi cronisti ferraresi rievocando le glorie vicentine - alla famiglia Fabbri. E, da ieri, anche alla Spal. Dovendo fare solo due nomi, Capello e Rossi sono stati gli allievi prediletti di Fabbri.
Ieri - tra i tanti aneddoti - Paolino ha ricordato come ai tempi del Vicenza il terzino Lelj - presente alla cerimonia al pari di Carrera - mandasse in tribuna qualche pallone di troppo, ma la scuola di Gibì lo affinò al punto di renderlo non un fine dicitore ma comunque un elemento in grado di essere tra gli elementi base di quell’orchestra. «Ha insegnato a giocare anche a uno come lui». E tutti a ridere. È la foto, quel ricordo, della bravura di Gibì, grande ed eterno maestro di calcio. Oggi servirebbe meno tattica, e qualcuno in più come lui.
La sua presenza ieri al Centro non è stata solo l’aneddotica comparsata di un ospite giunto lì per dovere. Tutto il contrario. Rossi era profondamente legato a Gibì Fabbri, non solo perchè, in fondo, gli ha dovuto (e gli deve, per sempre) buona parte della sua carriera. C’era un rapporto forte, un filo che non si è spezzato nel corso degli anni, un filo che unisce Paolino - come lo chiamava affettuosamente Gibì quando conversava con noi cronisti ferraresi rievocando le glorie vicentine - alla famiglia Fabbri. E, da ieri, anche alla Spal. Dovendo fare solo due nomi, Capello e Rossi sono stati gli allievi prediletti di Fabbri.
Ieri - tra i tanti aneddoti - Paolino ha ricordato come ai tempi del Vicenza il terzino Lelj - presente alla cerimonia al pari di Carrera - mandasse in tribuna qualche pallone di troppo, ma la scuola di Gibì lo affinò al punto di renderlo non un fine dicitore ma comunque un elemento in grado di essere tra gli elementi base di quell’orchestra. «Ha insegnato a giocare anche a uno come lui». E tutti a ridere. È la foto, quel ricordo, della bravura di Gibì, grande ed eterno maestro di calcio. Oggi servirebbe meno tattica, e qualcuno in più come lui.
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