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«Spal, un solo chilometro al traguardo» 

di Marco Nagliati
«Spal, un solo chilometro al traguardo» 

L’olimpico Magnani spiega come effettuare lo sforzo finale: testa sull’obiettivo per fare la storia. La fatica si sente meno

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FERRARA. La corsa per la promozione in serie A è come una maratona: 42 partite e spiccioli con l’eventuale coda playoff. La Spal vede il traguardo: la conclusione di un percorso infinito (42 km e 195 m) sembra vicino eppure rimane sfocato. I biancazzurri si approssimano alla vigilia della partita stagionale numero 41: la capolista è braccata. Cosa si prova?
Magnani, lei che ha corso due olimpiadi, ci spieghi: cosa si prova?
«La squadra è all’ultimo chilometro. In un momento così è fondamentale non perdere la concentrazione: tutti proiettati sull’obiettivo. Le cose che, in fondo, stanno predicando proprietà, staff tecnico e presidente: sereni e attenti. Sinceramente vedo dirigenti illuminati e capaci».
Come la vede, atleticamente, la squadra?
«Ci sono i presupposti per non mollare proprio all’ultimo chilometro. Perché, se stanchezza c’è, la voglia di arrivare prevale. È una questione di testa: alla fine di un tragitto così lungo, prende il sopravvento sull’usura fisica. Chiaro che la stanchezza per un torneo tanto lungo ed intenso si fa sentire, ma tagliare un traguardo tanto prestigioso fa dimenticare ogni acciacco. Questo gruppo sta facendo la storia. Se conquisteranno la A diventeranno indimenticabili. Uno stimolo del genere fornisce benzina sufficiente per andare avanti. Mancano pochi passi».
Secondo lei, i giocatori riusciranno ad isolarsi da questa bolla in cui Ferrara s’è trovata sospesa in attesa dell’ultimo sigillo?
«Penso proprio di sì, anche perché la Spal ha fatto buone cose sul piano del gioco: non è solo legata alla corsa. Magari in passato è stata più brillante, però se mantiene la calma... Non è facile, eppure se sono in testa significa che le qualità non mancano. I biancazzurri hanno dimostrato di essere leader e di reggere la pressione: sono partiti per salvarsi, certo, ma quando hanno raggiunto il top le aspettative sono cresciute e loro hanno retto».
Mister Semplici ha lavorato in profondità...
«C’è molto del suo in tutto questo. Ha imposto un modulo di gioco e il modello funziona, così ha potuto permettersi talvolta di cambiare le pedine senza perdere efficacia. Un lavoro ben fatto».
Lei come vive queste fasi storiche?
«Abito vicino allo stadio, mi basta aprire la finestra e sentire le emozioni e le vibrazioni in diretta. Diciamo la verità: non c’è ferrarese che nel suo animo non si senta spallino».
Ora il sentimento è sbandierato con orgoglio.
«I Colombarini hanno risvegliato un amore che c’è sempre stato. Semplicemente era finito sotto la sabbia di forti delusioni dettate da precedenti deludenti stagioni e da campionati modesti. Di povertà tecnica. Io, come tanti, ho sempre guardato cosa faceva la Spal. La mia scaletta era chiara, scoprire i risultati di Juventus, Spal e Pallacanestro Ferrara. Ogni settimana, in qualsiasi parte del mondo mi trovassi».
Che ne pensa dei Colombarini?
«Ci siamo conosciuti quando gestivano la Giacomense. La Spal è finita in buone mani: se la squadra è unita in campo e fuori è perché sono uniti tutti i dirigenti. I Colombarini e Mattioli hanno condiviso e condividono valori comuni. Noto passione e serietà. E capacità, perché serve una dose abbondante di capacità nel saper gestire una realtà che è evoluta così velocemente. Significa che le competenze non mancano».
Lei che ricordi ha della Spal in serie A?
«Ero un undicenne che andava allo stadio in curva, portato dallo zio. L’anno dopo la retrocessione confezionai anche uno striscione da esporre: “Spal regina della B”. Tra l’altro venni anche preso nelle giovanili spalline: dicevano che ero bravino. Abitavo in via Arginone, per mia mamma andare ad allenarmi era troppo lontano e non volle che accettassi: altri tempi. Ero amico di Pierpaolo Mazza, il figlio del presidentissimo. Lui correva e anch’io mi sono dedicato alla maratona». Ed è nata un’altra storia.

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