La Nuova Ferrara

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«Spicchi di vita I miei trent’anni nel basket»  

di Marco Nagliati
«Spicchi di vita I miei trent’anni nel basket»  

Carlo Piacentini e la Pallacanestro Ferrara  Legame indissolubile vissuto in prima linea

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FERRARA. «Io lo capisco Totti...». Carlo Piacentini non potrebbe essere più lontano dal Francesco romanista: due galassie che non si incroceranno mai. Eppure, il masseur ferrarese, comprende lo stato d’animo del campione che è alle soglie dell’addio. Il travaglio di fronte ad un passo che ti porta via dal tuo mondo. Carletto (anno di nascita 1946) ha ormai alle spalle quasi 30 anni di pallacanestro. Forse non dirà basta in modo definitivo, ma sta pensando di rallentare. A giorni la decisione. Ha visto tutto, vissuto tutto. Assaporato tutto. «Ho una certa età, inizio a fare fatica». Carlo Piacentini, massaggiatore. Mario Capozza, medico. Una coppia indissolubile. Con Claudio Mandosso e Ciano Farinella hanno formato il granitico staff della palla a spicchi estense. Hanno tramandato e tramandano la tradizione. Carlo è venuto in redazione a raccontarci questa meravigliosa vita di canestri e lacrime, sofferenza e gioia. Una lunga storia che non segue il sentiero della cronologia, bensì il riaffiorare dei ricordi.
Piacentini, come è iniziato il viaggio?
«Mia moglie Nicoletta era amica e collega di Fioretta, la moglie del dottor Capozza. Lui era già dentro il mondo del basket, io facevo l’infermiere e per divertimento il massaggiatore in società di calcio dilettantistiche. Andavamo in vacanza assieme, i nostri figli erano coetanei. Mario mi chiedeva da tempo di entrare nella Pallacanestro Ferrara: dai e dai...».
Era l’estate del 1989, serie B. Il ritorno di coach Michelini.
«Non potrò che essere grato in eterno a Capozza: un signore vero, un grande amico. E mi ha “regalato” il basket».
Il primo a salire sul lettino?
«Valerio Binotto. Il primo cui ho messo le “mani addosso”. Quell’anno siamo arrivati quarti, perdendo i playoff all’ultima giornata contro Imola per un canestro. Anche se, in verità, avevamo buttato tutto la settimana prima a Pescara: loro ultimi con due punti, eppure ci batterono. Il viaggio di ritorno fu allucinante».
Se chiude gli occhi...
«Mi viene in mente un ricordo brutto: mi è rimasto talmente impresso... È il tiro da tre del centese Carchia che ci è costato la finale per l’A2 (nel 2000; ndr). Andavo a letto e vedevo quella parabola entrare nel nostro canestro all’ultimo secondo. Per un mese ho tirato l’alba sul divano con la tv accesa. Non riuscivo proprio a dormire».
Altri momenti da spine nel letto?
«In B1 con Perazzetti (1990/91; ndr). Stagione regolare super, ai playoff da favoriti. Gara uno con Cagliari a Ferrara e perdiamo. La settimana successiva, dal martedì al venerdì, in spogliatoio non volò una mosca. Poi, sabato, prima della partenza per la Sardegna si sente: “Noi andiamo a vincere”».
E così fu.
«A Cagliari c’era aria di festa. La squadra di calcio s’era salvata in A due ore prima, quella di basket sentiva l’odore del colpo contro di noi e sarebbero stati promossi. Beh, ci fu quella gara mostruosa di Aprea e con tutti gli altri belli tosti».
Carlo, l’episodio di Bortolon?
«Che sagome che c’erano in quella squadra. All’andata Bortolon fece il protagonista: entrate e veroniche. A Cagliari, Binotto dice a Coppo: “Alla prima azione fallo passare, che ci penso io”. Palla a due: vince Cagliari. Subito Bortolon che palleggia e Coppo gli lascia un’autostrada: il play sardo entra nella nostra area... Arriva Binotto e gli molla una mazzata a tutta mano. Per il resto della gara Bortolon si soffiava il naso e girava al largo. E al ritorno li abbiamo massacrati: promossi in A2».
La stagione successiva i “suoi” primi statunitensi: Embry e Stivrins.
«Marty è stato il più italiano degli statunitensi. Lo provarono a Gallo, prima di ingaggiarlo. Aveva un problemino al polso, glielo sistemai: venne preso».
Aveva una muscolatura imponente.
«Costruita in palestra, per questo era fragile e si infortunava. Aveva delle cosce impressionanti, lo massaggiavo e lui diceva: “Non sento niente, spingi di più”. E io: “Marty non ho tutta ’sta forza”. Allora arrivava Ebeling e gli metteva le sue manone: allora ridevano e andava bene».
E quella valigia misteriosa?
«Siamo in ritiro a Gualdo Tadino, vedo che Embry mangia poco e non capisco. Salgo in camera, busso alla sua porta: Marty armeggia immerso dentro una valigia enorme. Conteneva salse, condimenti, spezie... Insomma, si arrangiava non fidandosi del tutto del cibo italiano. Non a caso, smesso di giocare, s’è messo a fare il cuoco».
L’avvocato Scopa.
«Un presidente indimenticabile, un mito. Aveva un savoir faire... La doppia retrocessione dalla A2 alla B2 ha chiuso la sua epoca. Una gestione familiare».
Nel 1996 in città sbarca la Semper.
«E ritorna Calamai. Con lui ecco Montini. Il primo anno è stato di transizione: la squadra era caratterialmente frizzante. Poi il presidente Lauriola ha alzato il tiro, ingaggiando Ragazzi, Zecca, Calbini, Amabili, Monzecchi, Ebeling... Dai, era uno squadrone».
Finale promozione persa a Barcellona Pozzo di Gotto, ma è stato il minimo. Lauriola era andato oltre.
«Erano finiti i soldi. Da novembre nessuno aveva lo stipendio. Per dire: quella trasferta in Sicilia la pagò Mascellani. Sinceramente, dico: meglio così. Se fosse stata serie A si diceva che Lauriola aveva già un acquirente per vendere il titolo».
Invece, ecco Mascellani.
«Il primo incontro fu di natura sindacale. Giocatori e staff da una parte, lui dall’altra per capire quanto avremmo recuperato dell’insoluto lasciato da Lauriola. Riuscimmo a strappare il 60%».
Parte l’avventura Basket Club...
«La conquista della serie A a Fabriano (2008; ndr) è la cosa che ricorderò per sempre, sempre, sempre...».
Il giocatore più forte mai visto?
«Allan Ray. Quell’anno di A ci siamo divertiti molto, eh».
I cestisti che dimentica volentieri?
«Roderick non è nemmeno stato il peggiore. Certo, lui è scappato... Però Grundy e Sangarè hanno avuto atteggiamenti molto discutibili».
Nel cuore quali giocatori porta?
«Farabello, un playmaker geniale. Aveva una lettura di gioco... Diciamo un Magri con più estro. E poi Collins, che con Ray formava una coppia magnifica».
È finita troppo presto?
«L’anno dopo Ray stava per tornare, s’è fatto male in estate. Un segnale. Quando rammento Biella, alla partita della retrocessione, mi viene ancora un groppo in gola. Penso ai 700 tifosi che erano con noi... Provo un dispiacere immenso ancora oggi. E per me, un po’, ce l’hanno rubata. E se ricordate, l’anno prima ci giocammo - perdendo - la qualificazione playoff sempre lì: la “fatal” Biella».
Il Club era agli sgoccioli: nel 2011 arriva Bulgarelli.
«E per fortuna. È nata un’altra bella avventura: senza Bulgarelli ci sarebbe il buio. La città deve essergli grata».
Parliamo di coach? Furlani...
«Fuori dal campo è simpaticissimo, ma quando entra in palestra il mondo è tutto lì: una concentrazione feroce. Oltrepassa la linea che ti porta sul parquet e diventa un altro uomo. In quel momento pensa solo al basket. E ne sa, accidenti se ne sa. Nel 2012 è stato sfortunato con tutti quegli infortuni: eravamo primi».
Chi le ricorda?
«Un altro visto a Ferrara: Luca Dalmonte. Era arrivato dopo l’esonero di Cioppi: siamo rinati. Diceva: “Quando siete qui, si sta zitti e si lavora sodo. Pensate solo alla pallacanestro. Poi, una volta fuori, fate quel che volete”».
Valli?
«Un po’ introverso, vero. Con me e il Baffo (Mandosso; ndr) in realtà era più espansivo. Poi ci ha portato in A, che vuoi dirgli...».
Ci racconti i direttori sportivi: Ferri.
«Pane al pane e vino al vino, per questo s’è inimicato mezza Ferrara. Diceva quel che doveva dire fregandosene delle conseguenze».
Crovetti?
«Un professionista immenso. Anche lui non guardava in faccia a nessuno. Giustamente. Ha fatto cose grandiose e se siamo stati ad alti livelli è per l’organizzazione che lui aveva dato».
In mezzo ha lavorato con Montini.
«Un signore. Aveva iniziato a costruire qualcosa di importante: non ha avuto il tempo di finire. E quando ai tempi di Lauriola erano finiti i soldi, qualcosa ci ha messo Montini di tasca sua».
Incarbona e Pulidori.
«Incarbona, quando Mascellani ha chiuso e stava arrivando Bulgarelli, ha messo insieme i cocci. È stato fondamentale per la ripartenza. Pulidori ha modi spicci, va dritto al punto. Conosce il basket e il mercato. È stato un incredibile compagno di tante trasferte. Appena partiva il pullman tiravamo fuori carte e tavolino: briscole infinite. Io in coppia con Furlani, Pulidori con Seravalli».
Martelossi e Trullo?
«Martelossi è un bravo allenatore e un uomo perbene. Davvero. Trullo? Volevo smettere già l’anno scorso, Toni mi chiama: “Ma come Carletto, io torno e tu mi molli?”. Ecco, sono rimasto solo per lui».
Chi ha avuto la maggior soglia del dolore?
«Ebeling. Negli ultimi anni giocava magnificamente ed ogni giorno soffriva fisicamente. E poi Biganzoli: il giorno della finale promozione vinta con Cento (2002; ndr) aveva una caviglia così gonfia che neppure poteva camminare. Giocò e fece la differenza».

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