«Che gran gioia e quanti ricordi con la Spal in A»
di Sergio Armanino
Luciano Cazzanti e la sua vita biancazzurra Alla scoperta di talenti con Paolo Mazza
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FERRARA. Ce lo ricordiamo ancora, con i lucciconi agli occhi, per quel suo pupillo con la maglia azzurra dell’Italia, il primo calciatore ferrarese alle Olimpiadi, uno dei “suoi” ragazzi. Perché Luciano Cazzanti, 83 anni il prossimo 12 ottobre, è fatto così: i legami personali li ha cari nel cuore. Era settembre del 2000, Giochi di Sideny, l’under 23 guidata da Marco Tardelli e il giocatore in questione Matteo Ferrari, che quell’anno era passato all’Inter di Marcello Lippi. Belle storie e Cazzanti ne ha tante da raccontare, lui, uomo-Spal di lungo corso, tanto da aver già assaporato la serie A di biancazzurro vestita, con il presidente Paolo Mazza: «Gli anni sono passati, in mezzo a tante cose, e sono ancora qua», le sue prime parole della chiacchierata di ieri. Lui di talenti ne ha portati tanti a Ferrara, non solo il primo colored visto al Centro di via Copparo. Nomi? Paramatti, Polmonari, Ghedini, Servidei, Artioli, Grossi, Cervellati, Albieri e Marchini, per snocciolarne alcuni. E al suo torneo “Mazza” parteciparono anche Buffon, Baronio, Pirlo e Dzeko.
«Andai allo stadio la prima volta alla fine del 1945 - inizia il racconto - e poi ho fatto lo spettatore finché un giorno, tramite l’amico Ottavio Ferraresi (che non c’è più), Mazza mi mandò a chiamare. Io, proprio io, che aspettavo il presidente dietro gli spogliatoi per vederlo e salutarlo. Ho fatto 8 anni con Paolo Mazza, sempre in cerca di giocatori da portare alla Spal: andavo in trasferta con un pezzo di pane e una mela in tasca...».
Che effetto le fa rivedere la Spal in serie A?
«Da ferrarese, un effetto enorme. Non pensavo mai, alla mia età, di vederla per la terza volta salire in serie A: ci nono riusciti, un plauso alla società e a tutti».
Lei si è sempre occupato di settore giovanile?
«Sì, ma poi, la domenica pomeriggio, i diesse mi dicevano “intanto che ti riposi, vai a vedere la tal partita”: ho girato in lungo e in largo la nostra regione, il Veneto, il Piemonte... Alla fine cosa mi è rimasto? Sono una persona onesta, sono venuto via con le mani pulite e... dimenticato».
I risultati del suo lavoro non sono mancati...
«40 giocatori di Ferrara e provincia, qualcuno anche di là dal Po, sono diventati professionisti e abbiamo vinto due titoli di campioni d’Italia, con giocatori ferraresi, nei Giovanissimi, con allenatori Pasetti e Righetti. Quest’ultimo è stato una mia scoperta: l’avevo visto allenare a Jolanda di Savoia con metodi moderni, un gioco diverso dagli altri, un metodo di lavoro che insegnava davvero ai bambini».
Si possono ancora scoprire talenti?
«Bisogna sacrificarsi. Io ho trascurato la mia famiglia, la mia vita: ho visto in media 40 partite e fatto 35 selezioni all’anno. Ci vuole entusiasmo, passione... Il calcio è cambiato, ora non so cosa insegnano ai ragazzi, vedi dei gran calcioni, ai miei tempi si curava la tecnica»
Qual è miglior ricordo con Mazza?
«Sono tanti... Uno che mi fa un po’ ridere: stavo facendo una selezione al centro, il presidente non doveva venire; non faccio nomi... il ragazzo da visionare venne con il parroco, che ne portò due, il secondo con un fisico malconcio, persino gobbo. Arrivò a sorpresa il presidente e mi urlò “Cazzanti, a ghne du in camp...”, h pensato che mi avrebbe cacciato e risposi “presidente lo teniamo in panchina, ci porta fortuna”. Allora lo chiamò a sè e gli accarezzò la gobba: la domenica dopo la Spal vinse e allora mi disse “Cazzanti, avevi ragione”. Quel ragazzo faceva solo il riscaldamento, ma non giocava mai. Un’altra volta, venne dentro al centro un cane. C’erano Luciano Negri e sua moglie, che hanno fatto da mamma e papà a tanti giovani... Era il ’71, la Spal non andava bene in serie C. Mazza mi urlò: “Cazzanti, cosa fa questo cane qui, ce ne sono già abbastanza!”. Poi battemmo la Lucchese e allora anche quel cane portò fortuna».
È rimasto in contatto con la figlia Carla?
«Finché ho partecipato all’organizzazione del torneo “Mazza”, la signora Carla veniva sempre con grande piacere. C’è anche un altro ricordo. C’era lo spareggio a Verona con la Solbiatese e il presidente Donigaglia mi disse di andarci con la signora Mazza: lei mi disse che ero stato uno dei pochi a rimanere vicino a suo marito fino alla fine. Mi ha commosso, andando e tornando a Verona abbiamo rivangato tanti ricordi, io da operaio e autodidatta del calcio, avevo una squadrina nel dopoguerra, l’Aquila, già con la maglia a righe verticali... Sono ricordi belli di un passato che non torna più».
Tornando ai giorni nostri, ha potuto assistere al ritorno della Spal in serie A?
«Non vado più allo stadio da 5 anni. Ho avuto qualche problema al cuore, i medici mi hanno detto niente emozioni e io le partite le sento, sto troppo male».
Titoli di coda, convenevoli sinceri e affettuosi, saluti. Poi, Cazzanti telefona in redazione: «Questo è il mio canto del cigno e allora vorrei ringraziare alcune persone: Giorgio Rossati e, tra i direttori sportivi, voglio ricordare Biagio Govoni, Roberto Ranzani e Renato Cipollini». Fatto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Andai allo stadio la prima volta alla fine del 1945 - inizia il racconto - e poi ho fatto lo spettatore finché un giorno, tramite l’amico Ottavio Ferraresi (che non c’è più), Mazza mi mandò a chiamare. Io, proprio io, che aspettavo il presidente dietro gli spogliatoi per vederlo e salutarlo. Ho fatto 8 anni con Paolo Mazza, sempre in cerca di giocatori da portare alla Spal: andavo in trasferta con un pezzo di pane e una mela in tasca...».
Che effetto le fa rivedere la Spal in serie A?
«Da ferrarese, un effetto enorme. Non pensavo mai, alla mia età, di vederla per la terza volta salire in serie A: ci nono riusciti, un plauso alla società e a tutti».
Lei si è sempre occupato di settore giovanile?
«Sì, ma poi, la domenica pomeriggio, i diesse mi dicevano “intanto che ti riposi, vai a vedere la tal partita”: ho girato in lungo e in largo la nostra regione, il Veneto, il Piemonte... Alla fine cosa mi è rimasto? Sono una persona onesta, sono venuto via con le mani pulite e... dimenticato».
I risultati del suo lavoro non sono mancati...
«40 giocatori di Ferrara e provincia, qualcuno anche di là dal Po, sono diventati professionisti e abbiamo vinto due titoli di campioni d’Italia, con giocatori ferraresi, nei Giovanissimi, con allenatori Pasetti e Righetti. Quest’ultimo è stato una mia scoperta: l’avevo visto allenare a Jolanda di Savoia con metodi moderni, un gioco diverso dagli altri, un metodo di lavoro che insegnava davvero ai bambini».
Si possono ancora scoprire talenti?
«Bisogna sacrificarsi. Io ho trascurato la mia famiglia, la mia vita: ho visto in media 40 partite e fatto 35 selezioni all’anno. Ci vuole entusiasmo, passione... Il calcio è cambiato, ora non so cosa insegnano ai ragazzi, vedi dei gran calcioni, ai miei tempi si curava la tecnica»
Qual è miglior ricordo con Mazza?
«Sono tanti... Uno che mi fa un po’ ridere: stavo facendo una selezione al centro, il presidente non doveva venire; non faccio nomi... il ragazzo da visionare venne con il parroco, che ne portò due, il secondo con un fisico malconcio, persino gobbo. Arrivò a sorpresa il presidente e mi urlò “Cazzanti, a ghne du in camp...”, h pensato che mi avrebbe cacciato e risposi “presidente lo teniamo in panchina, ci porta fortuna”. Allora lo chiamò a sè e gli accarezzò la gobba: la domenica dopo la Spal vinse e allora mi disse “Cazzanti, avevi ragione”. Quel ragazzo faceva solo il riscaldamento, ma non giocava mai. Un’altra volta, venne dentro al centro un cane. C’erano Luciano Negri e sua moglie, che hanno fatto da mamma e papà a tanti giovani... Era il ’71, la Spal non andava bene in serie C. Mazza mi urlò: “Cazzanti, cosa fa questo cane qui, ce ne sono già abbastanza!”. Poi battemmo la Lucchese e allora anche quel cane portò fortuna».
È rimasto in contatto con la figlia Carla?
«Finché ho partecipato all’organizzazione del torneo “Mazza”, la signora Carla veniva sempre con grande piacere. C’è anche un altro ricordo. C’era lo spareggio a Verona con la Solbiatese e il presidente Donigaglia mi disse di andarci con la signora Mazza: lei mi disse che ero stato uno dei pochi a rimanere vicino a suo marito fino alla fine. Mi ha commosso, andando e tornando a Verona abbiamo rivangato tanti ricordi, io da operaio e autodidatta del calcio, avevo una squadrina nel dopoguerra, l’Aquila, già con la maglia a righe verticali... Sono ricordi belli di un passato che non torna più».
Tornando ai giorni nostri, ha potuto assistere al ritorno della Spal in serie A?
«Non vado più allo stadio da 5 anni. Ho avuto qualche problema al cuore, i medici mi hanno detto niente emozioni e io le partite le sento, sto troppo male».
Titoli di coda, convenevoli sinceri e affettuosi, saluti. Poi, Cazzanti telefona in redazione: «Questo è il mio canto del cigno e allora vorrei ringraziare alcune persone: Giorgio Rossati e, tra i direttori sportivi, voglio ricordare Biagio Govoni, Roberto Ranzani e Renato Cipollini». Fatto.
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