«Io come la Spal Arrivati in alto con un’impresa»
di Sergio Armanino
Franceschini e la gara sul tetto del mondo Al traguardo con la sciarpa biancazzurra
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FERRARA. «Io e la Spal siamo arrivati in alto, io e la Spal abbiamo compiuto un’impresa del tutto inattesa: ecco perché ho esposto la sciarpa spallina sull’Himalaya». Paolo Franceschini, attore e comico ferrarese, è rientrato in Italia, dopo il prestigioso risultato ottenuto nella competizione di mountain bike più alta del mondo, la HHMR (Himalayan Highest MTB Race), andata in scena nel Ladakh dal 4 al 9 luglio. Per Franceschini un traguardo inimmaginabile alla vigilia, quando, con la sua ironia, prometteva di arrivare fra i primi 15... tanti quanti i concorrenti al via. La preparazione era iniziata 6 mesi fa, con una tabella programmata con preparatore e nutrizionista, indispensabile per affrontare la gara, e allenamenti 5 volte a settimana. Il tutto per affrontare, un po’ per gioco un po’ per curiosità, la prima sfida da vero atleta.
Franceschini, che esperienza è stata?
«Ho trascorso due settimane in Nepal, di cui una di solo allenamento, utilizzando il giorno prima della gara come tappa di avvicinamento. Si dormiva in bivacco, senza servizi igienici, in puro stile “wild” ed è stato anche questo il fascino di questa avventura. Un’esperienza che mi ha lasciato molto».
Come si sviluppavano le giornate di gara?
«La mattina sveglia con i locali dei villaggi che ci portavano il tè, poi alle 8 partiva la gara. Sono arrivato terzo in due delle cinque tappe, ma per la classifica generale sono quarto, ma va benissimo così! Abbiamo fatto cinque tappe delle sei previste inizialmente, una è stata cancellata a causa della molta neve scioltasi per il livello delle temperature estive e la strada totalmente allagata».
Una gara sulla vetta del mondo...
«La competizione si è svolta lungo 3 passi: Tangangla, Waryla e Kardungla, a 5602 metri, il passo più alto del mondo. Tra vette e paesaggi veramente impagabili. Il viaggio è stato anche un’occasione per la solidarietà: il secondo giorno abbiamo infatti consegnato materiale vario a una scuola, in collaborazione con la Casa del Tibet Nomadic Residential School Puga; qui il governo indiano sta costruendo edifici in territori di popolazioni nomadi che vivono di pastorizia, a oltre 4000 metri d’altitudine, con l’obiettivo di scolarizzare le popolazioni più svantaggiate. E per gli 82 bambini ospiti, mini show finale con cabaret!».
Hai mai pensato di ritirarti?
«L’ultimo giorno è arrivato il momento più difficile, proprio sull’ultima tappa, ad oltre 5500 metri, senz’aria, e con gli ultimi 3 km su una strada distrutta, ero completamente senza fiato. Me la sono vista brutta, ma ho giocato le ultime energie e l’arrivo è stata un’emozione indimenticabile».
E al traguardo il tuo immancabile salto, ma anche la foto con la sciarpa spallina...
«C’è una motivazione profonda, legata al fatto che me la sono portata: la Spal è arrivata in alto e io che sono arrivato in alto; allo stesso tempo, cosa ancora più profonda che mi ha colpito nel cammino della Spal, è aver centrato un obiettivo contro ogni pronostico e andando oltre ogni aspettativa, solo credendoci e quindi ci ha provato, esattamente come ho fatto io. La Spal ha iniziato il campionato dicendo “intanto salviamoci e poi vediamo cosa succede” e io ho avuto la stessa soddisfazione di non tornare cadavere in Italia e, anzi, essermi guadagnato il quarto posto».
Ammirando panorami che noi umani non potremo mai vedere...
«Non sono mai stato un estremo amante della montagna, sono uomo di mare e lo preferisco, ma ho visto dei posti che ti tolgono il fiato, da non avere la forza di dare una spiegazione a quello che si vedeva: in una vallata mi sono tolto gli occhiali da sole, perché non capivo... ho visto delle rocce viola, poi blu, poi giallo ocra, poi montagne che sembravano dei tiramisù! Poi ho visto gli yak dal vivo, un tipo di bue muschiato, con corna lunghe e pelo di lana lunghissimo, che mi hanno detto poco mansueti: me ne sono tenuto alla larga...».
Dal punto di vista sportivo, invece?
«La gara ha avuto dell’estremo, non un’impresa come andare a Roma o a Santiago, ma una gara. Io non sono mai stato competitivo, ma quando parte la gara, ti scatta la voglia di arrivare davanti agli altri, almeno di provarci. La preparazione fisica, con tappe e con dure salite, l’avevo fatta. Poi ci sono aspetti difficilmente preparabili, come affrontare la quota, è una questione troppo personale: andando oltre i 4.500 metri ho iniziato a sentirla...».
Gli altri concorrenti?
«Rivali in gara, con grande sportività, e amici fuori. Un giorno eravamo in tre davanti e a quello che tirava gli si è spezzata la catena: ci siamo fermati tutti e gli abbiamo dato una mano, in attesa dell’assistenza al seguito in moto. Finita ogni tappa, mi ero portato la chitarra e si faceva festa. Eravamo un fritto misto: tre italiani, un francese, poi ladaki, tibetani, indiani».
E popolazioni colorate...
«Il Ladakh politicamente fa parte dell’India, ma geograficamente fa parte del Tibet, che purtroppo non esiste più, ma lì hanno caratteristiche fisiche differenti: occhi a mandorla, piccoletti, pelle color cappuccino... Mi sono piaciuti come spirito, una bella popolazione».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Franceschini, che esperienza è stata?
«Ho trascorso due settimane in Nepal, di cui una di solo allenamento, utilizzando il giorno prima della gara come tappa di avvicinamento. Si dormiva in bivacco, senza servizi igienici, in puro stile “wild” ed è stato anche questo il fascino di questa avventura. Un’esperienza che mi ha lasciato molto».
Come si sviluppavano le giornate di gara?
«La mattina sveglia con i locali dei villaggi che ci portavano il tè, poi alle 8 partiva la gara. Sono arrivato terzo in due delle cinque tappe, ma per la classifica generale sono quarto, ma va benissimo così! Abbiamo fatto cinque tappe delle sei previste inizialmente, una è stata cancellata a causa della molta neve scioltasi per il livello delle temperature estive e la strada totalmente allagata».
Una gara sulla vetta del mondo...
«La competizione si è svolta lungo 3 passi: Tangangla, Waryla e Kardungla, a 5602 metri, il passo più alto del mondo. Tra vette e paesaggi veramente impagabili. Il viaggio è stato anche un’occasione per la solidarietà: il secondo giorno abbiamo infatti consegnato materiale vario a una scuola, in collaborazione con la Casa del Tibet Nomadic Residential School Puga; qui il governo indiano sta costruendo edifici in territori di popolazioni nomadi che vivono di pastorizia, a oltre 4000 metri d’altitudine, con l’obiettivo di scolarizzare le popolazioni più svantaggiate. E per gli 82 bambini ospiti, mini show finale con cabaret!».
Hai mai pensato di ritirarti?
«L’ultimo giorno è arrivato il momento più difficile, proprio sull’ultima tappa, ad oltre 5500 metri, senz’aria, e con gli ultimi 3 km su una strada distrutta, ero completamente senza fiato. Me la sono vista brutta, ma ho giocato le ultime energie e l’arrivo è stata un’emozione indimenticabile».
E al traguardo il tuo immancabile salto, ma anche la foto con la sciarpa spallina...
«C’è una motivazione profonda, legata al fatto che me la sono portata: la Spal è arrivata in alto e io che sono arrivato in alto; allo stesso tempo, cosa ancora più profonda che mi ha colpito nel cammino della Spal, è aver centrato un obiettivo contro ogni pronostico e andando oltre ogni aspettativa, solo credendoci e quindi ci ha provato, esattamente come ho fatto io. La Spal ha iniziato il campionato dicendo “intanto salviamoci e poi vediamo cosa succede” e io ho avuto la stessa soddisfazione di non tornare cadavere in Italia e, anzi, essermi guadagnato il quarto posto».
Ammirando panorami che noi umani non potremo mai vedere...
«Non sono mai stato un estremo amante della montagna, sono uomo di mare e lo preferisco, ma ho visto dei posti che ti tolgono il fiato, da non avere la forza di dare una spiegazione a quello che si vedeva: in una vallata mi sono tolto gli occhiali da sole, perché non capivo... ho visto delle rocce viola, poi blu, poi giallo ocra, poi montagne che sembravano dei tiramisù! Poi ho visto gli yak dal vivo, un tipo di bue muschiato, con corna lunghe e pelo di lana lunghissimo, che mi hanno detto poco mansueti: me ne sono tenuto alla larga...».
Dal punto di vista sportivo, invece?
«La gara ha avuto dell’estremo, non un’impresa come andare a Roma o a Santiago, ma una gara. Io non sono mai stato competitivo, ma quando parte la gara, ti scatta la voglia di arrivare davanti agli altri, almeno di provarci. La preparazione fisica, con tappe e con dure salite, l’avevo fatta. Poi ci sono aspetti difficilmente preparabili, come affrontare la quota, è una questione troppo personale: andando oltre i 4.500 metri ho iniziato a sentirla...».
Gli altri concorrenti?
«Rivali in gara, con grande sportività, e amici fuori. Un giorno eravamo in tre davanti e a quello che tirava gli si è spezzata la catena: ci siamo fermati tutti e gli abbiamo dato una mano, in attesa dell’assistenza al seguito in moto. Finita ogni tappa, mi ero portato la chitarra e si faceva festa. Eravamo un fritto misto: tre italiani, un francese, poi ladaki, tibetani, indiani».
E popolazioni colorate...
«Il Ladakh politicamente fa parte dell’India, ma geograficamente fa parte del Tibet, che purtroppo non esiste più, ma lì hanno caratteristiche fisiche differenti: occhi a mandorla, piccoletti, pelle color cappuccino... Mi sono piaciuti come spirito, una bella popolazione».
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