la grande avventura
di Marco Nagliati
FERRARA. Le emozioni forti della serie A, Alessandro Crovetti le ha ancora nel sottopelle. È stato il manager che ha portato in serie A il Basket Club. E assieme al presidente Roberto Mascellani ha...
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FERRARA. Le emozioni forti della serie A, Alessandro Crovetti le ha ancora nel sottopelle. È stato il manager che ha portato in serie A il Basket Club. E assieme al presidente Roberto Mascellani ha successivamente affrontato l’onda d’urto: avversarie toste, momenti da infradiciarsi. Tremarella. Qualche sbandamento. La Spal domenica 20 agosto calpesterà il suolo dell’Olimpico, poi Udinese al Mazza. Quindi Cagliari, Milan, Napoli... Quarantanove anni dopo, ecco rivedere il paradiso del pallone. Per Crovetti, in principio, furono Teramo e Pesaro con doppia sconfitta. Poi arrivò la pluriscudettata Treviso e brillò la prima impresa. E nel ritorno il Club superò Fortitudo, Roma, Udine, Cantù, Virtus Bologna: la nobiltà chinò la testa davanti agli Este. Autostima e gas emotivo. Il timbro su un ottavo posto conquistato da matricola.
Crovetti, che indicazioni darebbe alla Spal sulla base del suo vissuto da manager?
«Beh, non credo di dover insegnare nulla ai dirigenti della Spal: hanno vinto due campionati, sono bravissimi. Al limite posso fornire consigli d’esperienza».
Lei è un appassionato di calcio, dica pure.
«Direi che sul mercato la società sta facendo cose giuste. Obiettivi mirati pur in un budget ridotto. La differenza rispetto ai noi, però, sta in una possibilità di avere maggiori introiti grazie alla televisione e questa iniezione dà ossigeno. Per reggere la A, il Club ebbe solo le risorse di Mascellani e di Carife».
Però vi salvaste.
«La Spal deve rimanere tranquilla e serena: non sconfessare i passi che l’hanno condotta fin qui. Nel basket c’erano due retrocessioni su sedici squadra, nel calcio tre su venti: c’è margine per resistere. Va mantenuto il progetto tecnico di Semplici: logico che si alza l’asticella, ma è anche vero che da anni ci sono realtà e città non tanto diverse da Ferrara e dalla Spal che nella massima serie si sono ormai radicate. Sinceramente, sono fiducioso».
La carta in più?
«Noi svoltammo con l’ingaggio a gennaio di Allan Ray. Era un campionissimo e formò con Collins, Eby, Nnamaka e Jamison il quintetto più forte che ho mai avuto in carriera. E in panchina c’era un “certo” Farabello. Ma uno su cinque incide, nel calcio è diverso. Quindi per me sarà decisivo il Mazza: il popolo ferrarese. Per la città inizia un’avventura magnifica».
Alla terza, contro Treviso, scattò il click.
«C’era un clima di calore evidente. Il palasport vibrava e per la Spal è tutto moltiplicato. Nasce una simbiosi tra la squadra e la sua gente: i giocatori assorbono questa atmosfera e la sentono mentre vivono la città. Mentre vanno in centro, entrano nei locali... La comunione d’intenti contagia e dà una popolarità trasversale straordinaria. Se la compattezza non si sgretola, le cose prima o poi accadono».
Quindi anche gli squadroni si possono battere.
«Noi battemmo le due bolognesi, passammo a Roma e Cantù. È normale che una neopromossa, quando parte, tema di avere davanti una scalata impossibile. Ma qual è il problema di andare a Roma contro la Lazio? E l’Inter? A volte affrontare gli squadroni all’inizio, quando non sono ancora rodati, può aiutare. Ritengo che la proprietà ed il presidente Mattioli debbano mantenere il timone ben saldo anche nei momenti di burrasca. Possono farcela».
Dopo anni di vittorie è un passaggio scontato?
«Cambia la storia stagionale, chiaro. Ma se arrivi dov’è salita la Spal, significa che le qualità gestionali non mancano. Il salto di qualità mentale è imparare a perdere, saper gestire anche qualche sconfitta di fila. Avere la lucidità di valutare in prospettiva. Dirlo è semplice, poi a bocce ferme lo è anche di più. So però che è possibile: il nostro Club all’andata perse molto, era penultimo. Restammo sul pezzo e nel ritorno vincemmo tanto. Chiudemmo ottavi. Credo che l’ambiente di Ferrara sia preparato e maturo. Si sta scrivendo una nuova storia spallina e l’entusiasmo ha un valore enorme. Il fortino del Mazza e l’orgoglio biancazzurro sono le armi per salvarsi. I giocatori la sentono la spinta che arriva dallo stadio».
Crovetti, che indicazioni darebbe alla Spal sulla base del suo vissuto da manager?
«Beh, non credo di dover insegnare nulla ai dirigenti della Spal: hanno vinto due campionati, sono bravissimi. Al limite posso fornire consigli d’esperienza».
Lei è un appassionato di calcio, dica pure.
«Direi che sul mercato la società sta facendo cose giuste. Obiettivi mirati pur in un budget ridotto. La differenza rispetto ai noi, però, sta in una possibilità di avere maggiori introiti grazie alla televisione e questa iniezione dà ossigeno. Per reggere la A, il Club ebbe solo le risorse di Mascellani e di Carife».
Però vi salvaste.
«La Spal deve rimanere tranquilla e serena: non sconfessare i passi che l’hanno condotta fin qui. Nel basket c’erano due retrocessioni su sedici squadra, nel calcio tre su venti: c’è margine per resistere. Va mantenuto il progetto tecnico di Semplici: logico che si alza l’asticella, ma è anche vero che da anni ci sono realtà e città non tanto diverse da Ferrara e dalla Spal che nella massima serie si sono ormai radicate. Sinceramente, sono fiducioso».
La carta in più?
«Noi svoltammo con l’ingaggio a gennaio di Allan Ray. Era un campionissimo e formò con Collins, Eby, Nnamaka e Jamison il quintetto più forte che ho mai avuto in carriera. E in panchina c’era un “certo” Farabello. Ma uno su cinque incide, nel calcio è diverso. Quindi per me sarà decisivo il Mazza: il popolo ferrarese. Per la città inizia un’avventura magnifica».
Alla terza, contro Treviso, scattò il click.
«C’era un clima di calore evidente. Il palasport vibrava e per la Spal è tutto moltiplicato. Nasce una simbiosi tra la squadra e la sua gente: i giocatori assorbono questa atmosfera e la sentono mentre vivono la città. Mentre vanno in centro, entrano nei locali... La comunione d’intenti contagia e dà una popolarità trasversale straordinaria. Se la compattezza non si sgretola, le cose prima o poi accadono».
Quindi anche gli squadroni si possono battere.
«Noi battemmo le due bolognesi, passammo a Roma e Cantù. È normale che una neopromossa, quando parte, tema di avere davanti una scalata impossibile. Ma qual è il problema di andare a Roma contro la Lazio? E l’Inter? A volte affrontare gli squadroni all’inizio, quando non sono ancora rodati, può aiutare. Ritengo che la proprietà ed il presidente Mattioli debbano mantenere il timone ben saldo anche nei momenti di burrasca. Possono farcela».
Dopo anni di vittorie è un passaggio scontato?
«Cambia la storia stagionale, chiaro. Ma se arrivi dov’è salita la Spal, significa che le qualità gestionali non mancano. Il salto di qualità mentale è imparare a perdere, saper gestire anche qualche sconfitta di fila. Avere la lucidità di valutare in prospettiva. Dirlo è semplice, poi a bocce ferme lo è anche di più. So però che è possibile: il nostro Club all’andata perse molto, era penultimo. Restammo sul pezzo e nel ritorno vincemmo tanto. Chiudemmo ottavi. Credo che l’ambiente di Ferrara sia preparato e maturo. Si sta scrivendo una nuova storia spallina e l’entusiasmo ha un valore enorme. Il fortino del Mazza e l’orgoglio biancazzurro sono le armi per salvarsi. I giocatori la sentono la spinta che arriva dallo stadio».
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