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L’addio di Bolt, per l’atletica ora viene il difficile

di STEFANO TAMBURINI
L’addio di Bolt, per l’atletica ora viene il difficile

La sconfitta contro l’ex dopato Gatlin non scalfisce la leggenda dell’uomo che ha cambiato la velocità

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Capita anche alle leggende. A un certo punto sono stanche di correre più veloci del vento e smettono di lasciare indietro il mondo. Così tutto finisce come era cominciato, con qualcun altro davanti al giovane Usain che non era ancora diventato Bolt e non aveva ancora cominciato a cambiare l’atletica.

Certo, tutto ha una fine, ma questa è struggente e meravigliosa. Non può esserci tristezza nell’ultima corsa di Bolt, ghepardo fra gli uomini volanti, dominatore e incantatore di tre Olimpiadi - da Pechino 2008 a Rio 2016 - e di tutto ciò che c’è stato in mezzo. E anche quest’appendice con un bronzo ai Mondiali di Londra non cambia niente. Usain per una volta non è arrivato primo ma non si potrà mai dire che abbia perso. A Londra, nello stesso stadio che lo aveva visto vincere gli ori olimpici del 2012 nei 100, nei 200 e nella 4x100, vince l’“uomo nero”, l’ex dopato Justin Gatlin, odiatissimo dal pubblico. A pelle il peggior primo classificato della serata che doveva essere di Bolt ma che alla fine di Bolt lo sarà comunque. Ma anche questo ha un significato. Prima la scena simbolo. Quello che è arrivato davanti a tutti pochi secondi dopo il trionfo scoppia in lacrime per la gioia e poi si inchina davanti alla leggenda. Dopo dirà che anche lui in qualche modo deve tutto a Usain, perché in sport come questi l’avversario non potrà mai essere nemico: si corre, si salta e si lancia per fare meglio del rivale. La sua presenza è sprone, stimolo a far meglio.

Certo, Gatlin a un certo punto aveva preso la scorciatoia delle peggiori farmacie ed è stato fermo 5 anni. La patente del dopato non se l’è mai pienamente scrollata di dosso e il suo successo di serata è un segno dei tempi di questo sport in crisi, con una delle potenze mondiali come la Russia squalificata per intero e costretta a elemosinare qualche presenza di atleti al di sopra di ogni sospetto ma senza maglia, senza bandiere e senza inno. E su tutto il resto, in Russia e non, qualche pesante sospetto purtroppo resta. Ma è un dettaglio nella serata di Usain, quella degli ultimi cento metri lunghi una carriera. Se ne è andato via quando lo stadio non si era svuotato e c’era ancora chi lo aspettava in piedi per dirgli grazie. L’ultima uscita di scena abbracciato a due bandiere mentre negli occhi lucidi scorrevano le immagini di un’intera carriera. Il bis ieri sul podio, con un’ovazione da brividi.

Non finirà qui anche se non ci sarà più un 100 o un 200 metri di Usain Bolt, col suo show del prima e la sua danza del dopo. Qui l’ultima volta era andata diversamente, aveva vinto i 100 nel giorno del cinquantesimo anniversario dell’ammainabandiera dell’Union Jack in Giamaica, ideale celebrazione delle nozze d’oro con l’indipendenza. Stavolta quella bandiera ammainata è sulle spalle di Usain insieme con quella della terra natia. Ci sarà sempre qualcosa di unico e di grande anche nei piccoli gesti di questo sprinter che ha cambiato il libro dei record e anche il modo di intendere le gare, abolendo musi lunghi e facce tirate. I suoi record - 9”58 nei 100 e 19”19 nei 200 ai Mondiali di Berlino 2009 - resisteranno a lungo. E anche se un giorno qualche marziano dovesse riuscire a batterli, Bolt resterà con Jessie Owens e Carl Lewis nella storia della gara più gara fra le gare, dell’atletica e dello sport intero. Da quando è arrivato lui nulla è più stato come prima e non solo per gli otto ori olimpici, gli undici ori mondiali (con due argenti e tre bronzi) e tanti altri trionfi. Lui è stato quasi da solo l’atletica e per l’atletica ora è un bel problema. Anche le sue ultime parole non sono usuali, sembrano quelle di un atleta che ha perso una gara e basta, non c’è supponenza perché i grandissimi sono enormi anche in questo: «Sono deluso, mi aspettavo di vincere ma sono partito ancora male, poi ci ho provato ma non sono andato come volevo. Se ho cambiato idea dopo questa sconfitta? No, ho deciso, mi ritiro e dico grazie a tutti». No, Usain. Grazie a te.

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