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Bolt, la resa: «Non volevo finisse così»

Bolt, la resa: «Non volevo finisse così»

Atletica. Infortunio nella 4x100 che manda in archivio una carriera stratosferica

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LONDRA (Regno Unito). Un crampo al quadricipite della gamba sinistra, che gli ha fatto scagliare il testimone per aria mentre urlava di dolore. Così, nella 4X100 dei mondiali di Londra, è finita la leggendaria carriera di Usain Bolt, icona della Giamaica e uomo che ha riscritto la storia della velocità. Non avrebbe potuto esserci conclusione più amara, per Bolt stesso e per tutti coloro che in questi anni, da Pechino 2008 in poi, lo hanno amato e seguito, a cominciare dai 110mila spettatori che, tra batterie della mattina e finali della sera, sabato sono andati allo stadio quasi solo per lui. Il primo a rendersene conto è stato lui, che in un video sui social ha voluto scusarsi con i suoi tifosi. «Non era certo questo il modo col quale avrei voluto dirvi addio - ha ammesso Bolt -. Ho dato tutto, in pista. Ho dato tutto me stesso, come sempre. Mi spiace non essere nemmeno riuscito salutarvi, ma sarò allo stadio e mi farò vedere». Poco dopo un tweet che è diventato anche un post su Facebook, con tanto di foto di se stesso con i compagni della staffetta: «Grazie amici miei, affetto infinito per tutti voi». Di queste scuse non ce n'era bisogno, come ha sottolineato il Ministro dello Sport e della Cultura della Giamaica, Olivia Grange: «Hai dato tutto, e in questi anni hai elevato l'immagine della Giamaica nel mondo e fatto aumentare la pratica sportiva nel nostro paese: siamo noi ad esserti grati». Però ha fatto male vederlo steso a terra invece che vincitore, o almeno con un'altra medaglia al collo. E meno male che almeno ha voluto rialzarsi e uscire sulle proprie gambe, rifiutando la sedia a rotelle. Scortato dai compagni McLeod, Blake e Forte, si è rialzato e, distrutto dalla delusione, ha raggiunto il bordo pista sulle proprie gambe.

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