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«Spal e Inter, i miei due mondi indimenticabili»

di Marco Nagliati
«Spal e Inter, i miei due mondi indimenticabili»

Cipollini vive a Ferrara ed è un doppio ex Portiere e dirigente: la salvezza è possibile

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FERRARA. Già il luogo profuma di ottimismo: via della Vittoria. Renato Cipollini vive il cuore storico di Ferrara, lo abita. Raccoglie le più intime vibrazioni della città. È sbarcato nella terra degli Este da ragazzo, anni ’60, e vi si è stabilito definitivamente nel 1985 quando ha sostituito i guantoni da portiere con le carte ed i faldoni da dirigente. Nato il 27 agosto del ’45 a Codogno, Renato è stato estremo difensore di Spal (dal ’66 al ’70) e Inter (dal ’77 all’82). Con i biancazzurri ha giocato l’ultima gara in A (con la Juventus) 49 anni fa, con i nerazzurri ha vinto lo scudetto nel 1979/80 chiudendo poi la carriera. Inizio e fine. Poi una nuova avventura, canone inverso: dirigente interista alle prime armi, direttore generale spallino nell’età della piena maturazione professionale.

Renato, domenica a pranzo avrà un impegno.

«Già, si sfidano due società che sono state importantissime per la mia carriera: con la Spal ho iniziato, con l’Inter ho finito. Poi sono stato dirigente nerazzurro e con Nicolini, a metà anni ’80, direttore generale della Spal per tre anni».

Inter prima e Spal sesta, un modo stuzzicante per Ferrara di avvicinarsi ad una partita che mai l’ha vista vincere al Meazza.

«Il calcio è uno sport fatto apposta per smentire i pronostici. Sulla carta è fin troppo ovvio che i nerazzurri sono favoriti, però la Spal ha il grande vantaggio di poter giocare con la mente sgombra. Dopo i 4 punti colti nelle prime due partite non ha l’obbligo del risultato. L’Inter, invece, sulla carta questo onere ce l’ha. L’aspetto psicologico conta molto: se la Spal regge all’inizio come ha fatto con la Lazio, può anche accadere che tragga ancora più fiducia e l’Inter si innervosisca. Inoltre in casa milanese le nazionali hanno tolto uomini ed energie: se la gara per loro non si incanala subito bene...».

Che impressione ha avuto di questi primi vagiti di Spal?

«Beh, a Roma hanno iniziato con un certo comprensibile timore. Poi, però, sono saliti di tono. Ho capito che dentro la squadra c’è lo spirito giusto: attenzione e concentrazione. E non va trascurato il fatto che in sede di mercato sono state fatte iniezioni di esperienza».

Pensa positivo per la salvezza?

«La serie A è un campionato micidiale, l’ambiente ferrarese lo tenga bene a mente. Sarà importante la reazione che si avrà quando, inevitabilmente, si perderanno alcune gare consecutivamente. Il campionato è diviso in due tronconi, secondo me: ci sono tredici-quattordici squadre che lottano per scudetto, coppe e posizioni nobili. E sei o sette che si batteranno per salvarsi. Tra queste ultime, la Spal può giocarsi carte importanti».

Ci racconti i suoi anni ’60...

«Arrivo da Codogno, un ragazzino preso da Mazza. Inizia un sogno: il presidentissimo aveva talento ed esperienza con i giovani. Si giocava bene e senza paura la carta della giovinezza. Sono arrivato in prima squadra, giocando anche contro la Juventus l’ultima partita in A 49 anni fa. Con me c’erano Capello, Reja, Pasetti, Boldrini... Sono rimasto alla Spal in B e anche in C. In ogni momento, Mazza faceva debuttare qualcuno. Beh, rivedere adesso la Spal in A per me è qualcosa di meraviglioso».

Brescia, Como e Atalanta, infine il grande salto nell’Inter.

«Avevo la curiosità di vivere e giocare in una grande squadra. Uno stimolo umano e professionale. Sono stati cinque anni stupendi al fianco di dirigenti come Mazzola e Beltrami: sono loro grato per avermi portato all’Inter».

Cosa significa essere in un top team?

«L’organizzazione è diversa, curata in ogni dettaglio. Poi cambia il contesto in termini di attenzione mediatica e dei tifosi. Senza dimenticare la partecipazione alle coppe, che ti dà una dimensione particolare: entri in contatto con personaggi che hanno fatto la storia del calcio».

Ha chiuso in grande stile.

«Con Bersellini si andava in ritiro il venerdì sera e si finiva la domenica pomeriggio, poi ancora in ritiro dal lunedì per le coppe del mercoledì. Ho chiuso perché ero saturo. Soldi e passione ti fanno fare volentieri questi sacrifici, chiaro. Però alla lunga sempre sacrifici sono».



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