Il sogno di Sloane si è realizzato Vinti gli Us Open
di Paolo Rossi
La Stephens torna grande dopo un anno difficile In finale s’impone sull’amica Keys poi l’abbraccia
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ROMA. L’abbraccio come quello di Pennetta-Vinci nel 2015 ha chiuso gli Us Open femminili 2017. Solo che stavolta le protagoniste non sono state due ragazze italiane, ma due statunitensi. Due amiche: Sloane Stephens e Madison Keys, quasi cresciute insieme. Ha prevalso la prima, nettamente: 6-3, 6-0. «Come in un sogno, e pensare che prima del match ero nervosissima. Fortuna che il mio coach ha saputo dirmi le parole giuste, ha insistito affinché respirassi a lungo così che potessi calmarmi. Ed in effetti ha funzionato perché poi, all’ingresso in campo, tutto è stato diverso».
Tecnicamente la finale è durata sei games, poi la Stephens, davvero glaciale, ha saputo impadronirsi di una finale che ha visto dall’altra parte un’avversaria fallosissima, vuoi per motivi psicologi e vuoi per impotenza di strategia. Curiosamente anche l’ultimo Slam dell’anno regala una vincitrice che non aveva vinto tornei in precedenza: la Ostapenko a Parigi, la Muguruza a Wimbledon. Ma qualcosa si sarebbe potuto intuire, detto a posteriori, considerando il cammino precedente a New York: semifinali a Cincinnati e Toronto, una buona striscia di risultati che cominciavano a indicare quale potesse essere il grado di crescita della ragazza di Plantation, cittadina della Florida, che ha dunque trionfato nel derby tutto americano, iniziato già dalle semifinali (Venus Williams, Vandeweghe, Keys e Stephens). «Madison è la mia migliore amica nel circuito: è stato un momento speciale affrontarla in questa finale. Avrei voluto che la potessimo vincere tutte e due ma naturalmente non è possibile. Io la sosterrò sempre e so che lei farà altrettanto con me». Anche per questo la Stephens non ha ecceduto nell’esultanza, conservando freddezza anche durante la cerimonia e lasciandosi andare a un po’ di stupore solo davanti alla consegna dell’assegno (3.700.000 dollari).
È un giorno di grande rivincita, di cui il padre – John, ex giocatore di football americano morto in un incidente stradale nel 2009, giusto alla vigilia del debutto di Sloane agli US Open, potrebbe esserne fiero e orgoglioso. Sloane sembrava infatti essere entrata in vicolo cieco giusto l’anno scorso, durante le Olimpiadi di Rio de Janeiro dove s’era infortunata al piede. Frattura da stress. Un malanno più complicato del previsto, che è andato per le lunghe e l’ha costretta a sottoporsi a un intervento chirurgico lo scorso gennaio. «Se qualcuno mi avesse detto che di lì a sette mesi avrei vinto a New York lo avrei preso per matto» ha rivelato con tutto il suo candore a fine match, togliendosi però anche un sassolino, un ricordo degli inizi: «Mi dissero che al massimo avrei potuto aspirare ad avere una borsa di studio per un’università non certo di primo livello. Mia madre non si diede per vinta, e nemmeno io…».
Anche Madison Keys ha cercato di metterla sul ridere affermando che, uscita da Flushing Meadows, sarebbe andata a farsi un drink in un bar di moda a New York. «Se dovevo proprio perdere sono contenta che sia accaduto contro di lei. Per quel che mi riguarda non sono riuscita a esprimere il mio miglior tennis». Ma la storia aveva già scelto Sloane.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Tecnicamente la finale è durata sei games, poi la Stephens, davvero glaciale, ha saputo impadronirsi di una finale che ha visto dall’altra parte un’avversaria fallosissima, vuoi per motivi psicologi e vuoi per impotenza di strategia. Curiosamente anche l’ultimo Slam dell’anno regala una vincitrice che non aveva vinto tornei in precedenza: la Ostapenko a Parigi, la Muguruza a Wimbledon. Ma qualcosa si sarebbe potuto intuire, detto a posteriori, considerando il cammino precedente a New York: semifinali a Cincinnati e Toronto, una buona striscia di risultati che cominciavano a indicare quale potesse essere il grado di crescita della ragazza di Plantation, cittadina della Florida, che ha dunque trionfato nel derby tutto americano, iniziato già dalle semifinali (Venus Williams, Vandeweghe, Keys e Stephens). «Madison è la mia migliore amica nel circuito: è stato un momento speciale affrontarla in questa finale. Avrei voluto che la potessimo vincere tutte e due ma naturalmente non è possibile. Io la sosterrò sempre e so che lei farà altrettanto con me». Anche per questo la Stephens non ha ecceduto nell’esultanza, conservando freddezza anche durante la cerimonia e lasciandosi andare a un po’ di stupore solo davanti alla consegna dell’assegno (3.700.000 dollari).
È un giorno di grande rivincita, di cui il padre – John, ex giocatore di football americano morto in un incidente stradale nel 2009, giusto alla vigilia del debutto di Sloane agli US Open, potrebbe esserne fiero e orgoglioso. Sloane sembrava infatti essere entrata in vicolo cieco giusto l’anno scorso, durante le Olimpiadi di Rio de Janeiro dove s’era infortunata al piede. Frattura da stress. Un malanno più complicato del previsto, che è andato per le lunghe e l’ha costretta a sottoporsi a un intervento chirurgico lo scorso gennaio. «Se qualcuno mi avesse detto che di lì a sette mesi avrei vinto a New York lo avrei preso per matto» ha rivelato con tutto il suo candore a fine match, togliendosi però anche un sassolino, un ricordo degli inizi: «Mi dissero che al massimo avrei potuto aspirare ad avere una borsa di studio per un’università non certo di primo livello. Mia madre non si diede per vinta, e nemmeno io…».
Anche Madison Keys ha cercato di metterla sul ridere affermando che, uscita da Flushing Meadows, sarebbe andata a farsi un drink in un bar di moda a New York. «Se dovevo proprio perdere sono contenta che sia accaduto contro di lei. Per quel che mi riguarda non sono riuscita a esprimere il mio miglior tennis». Ma la storia aveva già scelto Sloane.
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