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Quella sera dell’86 tutti ai suoi piedi

Quella sera dell’86 tutti ai suoi piedi

Lo swoh del riscaldamento, le foto con gli spallini, la fragile umanità post partita

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FERRARA. Quel giorno la città visse in attesa dell’evento serale. L’attenzione era per Spal-Napoli. O meglio: per Maradona a Ferrara. Il più grande giocatore di tutti i tempi (lui? Pelè? Di Stefano?) in campo al “Paolo Mazza”. Data storica: 24 agosto 1986. Temporalone pre-gara, l’odore della pioggia estiva ad alzarsi da corso Piave, venditori di impermeabilini trasparenti. Maradona a dare spettacolo. Non sul terreno di gioco. Cioè: non solo lì, a dispetto dell’esibizione del suo sapere e di un gol velenoso (punizione radente su cui Cervellati arrivò ma nulla potè, sul lato coperto dalla barriera). L’incanto fu altro. All’epoca le squadre effettuavano il riscaldamento nel sottotribuna centrale: due cancellate a dividere la zona dalle scale degli altri settori, suolo in cemento, due canestri, i muri contro cui calciare il pallone. Aggrappati alle grate per vedere Maradona, l’allegria, la leggerezza nel palleggiare magico. E i giocatori della Spal? Più che avversari, bimbi felici a caccia di un ricordo. Tutti a volersi far fotografare a fianco del Pibe, traccia da lasciare ad imperitura memoria. La valenza, della gara, per loro, era quella. Per tutti tranne che per Fabio Perinelli, forse. Il ghigno del capitano spallino, a fianco di Maradona, era di chi con la sua tipica irriverenza forse si sentiva talento degno di essere al cospetto del Maestro.

E poi, il dopo. Sabato gli addetti stampa biancazzurra ci dicevano che era record di richieste di accrediti. Lo credano: nulla a confronto di quella sera dell’86. Dopo il 90’, una folla accalcata e sudata, taccuini in mano, premeva contro la porta che conduceva allo spogliatoio del Napoli. I giocatori uscirono. Tutti tranne Diego. Ad un certo punto lo si vide seminudo, imprecante, mentre calciava bottiglie di plastica, sinceramente terrorizzato dal dover affrontare la massa. Alla fine, per forza di cose, percorse lo stretto corridoio. Rispose camminando. Si fermò solo quando una mano, sbucata chissà come, gli protese una sua foto a colori e una Bic azzurra. Maradona squadrò torvo il giovane ed incosciente cronista e lo apostrofò: «Ma tu vuoi l’intervista o l’autografo?» «L’autografo», rispose quello. Diego sorrise, finalmente. E firmò. Lui, il più grande di tutti. (p.n.)



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