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il giornalista e conduttore è morto ieri a quasi 87 anni 

Addio al grande Aldo Biscardi Il Processo ha segnato un’epoca

Addio al grande Aldo Biscardi Il Processo ha segnato un’epoca

FERRARA. L’ultimo paradosso di Biscardi è andarsene nell’anno della sua più grande vittoria, superiore a certi trionfi di audience degli anni ’80 e ’90: l’arrivo della tecnologia nel calcio a...

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FERRARA. L’ultimo paradosso di Biscardi è andarsene nell’anno della sua più grande vittoria, superiore a certi trionfi di audience degli anni ’80 e ’90: l’arrivo della tecnologia nel calcio a supporto degli arbitri. Una battaglia che, con i suoi toni martellanti, e attraverso un format più imitato della Settimana Enigmistica, quello del Processo, ha condotto per una vita. Ma che, parlando di televisione, è stata molto più dell’elegia della moviola: tra Sgub veri e falsi, congiuntivi faticosi e vistose tinture di capelli, infatti, giornalista molisano morto ieri a quasi 87 anni, oltre a risultare il capostipite della commedia dell’arte applicata al pallone, è stato perfetta metafora di buona parte d’Italia perlomeno per un trentennio.

«Il vero inventore del calcio parlato» (autodefinizione), creatore del moviolone («me lo chiese perfino il Vaticano per l’attentato al Papa») e di «polemiche che fioccano come nespole». Insomma, con le litigate a comando del suo Processo (quest’anno va in onda l’edizione numero 37, la prima senza la sua presenza in studio), Biscardi ha caratterizzato un’epoca del costume italiano trasformando l’analisi del campionato di calcio in cabaret: un Bagaglino infinito dove però i personaggi sono stati spesso quelli veri e non i sosia. L’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini in collegamento dalla Val Gardena, ad esempio. O Giulio Andreotti: proprio durante un “Processò” annunciò che Falcao, inseguito dall’Inter, sarebbe rimasto alla Roma. In nome della “par condiciò” riuscì ad avere come commentatori tecnici di vela gli onorevoli Massimo D’Alema e Roberto Castelli. Colpi giornalistici innegabili per i quali Biscardi rispondeva agli ospiti eccellenti con l’immancabile Denghiù che a lungo andare gli valse l’ingaggio come testimonial di una scuola d’inglese. Innumerevoli le frasi celebri: da quelle su «dove Baggio giocherà l’anno scorso» e su lui e i suoi collaboratori «inabissati di email», o inseguiti da «uno stormo di piranhas levato in volo sul Rio de la Plata». Quest’ultima, incredibile e mai smentita, risale a quando Biscardi era ancora un giornalista della carta stampata e seguiva per Paese Sera, storica testata romana e grande scuola di cronisti, il mondiale del ’78 in Argentina.

Dopo gli studi a Napoli, iniziò giovanissimo proprio al Paese Sera. Cariiera segnata positivamente dallo scoop realizzato rivelando che la Roma avrebbe ceduto i suoi “gioielli” Capello, Spinosi e Landini alla Juventus: operazione di mercato che fece scalpore e provocò manifestazioni di protesta nella capitale. Il calcio trasformato in farsa tv era per lui però destino e cifra giornalistica: indimenticabili alcuni monologhi di Costantino Rozzi con il conduttore a fare da spalla, un pò Totò e un pò Peppino.

Con Luciano Moggi che dettava la scaletta del Processo («ma in pratica io lo prendevo in giro, promettendogli favori e poi mandando in onda esattamente il contrario», puntualizzò Biscardi all’epoca di Calciopoli) e Gianni Brera che duettava con lui dando al pallone l’effetto di letteratura. Ci fu nei confronti di Biscardi anche un “bando” decretato dalla Juventus: per anni, su ordine di Boniperti, nessun rappresentante bianconero partecipò alle sue trasmissioni dopo le polemiche scatenate al Processo per l’annullamento del gol di Turone nella sfida contro la Roma che assegnò lo scudetto ’81.

Polemiche, verità, menzogne, interventi su commissione: un calderone buono per tenere incollati al video milioni di italiani e che pure con il giornalista molisano ottuagenario e confinato su reti non di prima fila registrava qualche successo di ascolto. L’Associazione italiana arbitri lo querelò per diffamazione, lui si difese (finendo assolto): «Ma di cosa si offendono? - sostenne - lo sanno tutti che le cose che diciamo al Processo non sono credibili». Applausi.

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