«La mia Viola da Sacchi a Bertoni»
Labardi: Arrigo era avanti anni luce. L’argentino mi aveva preso sotto la sua ala
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FERRARA. Classe 1967, fiorentino di Piazza Gavinana («Quartiere d’Oltrarno, a 3 chilometri in linea d’aria da Ponte Vecchio»), Roberto Labardi è entrato giovanissimo nella Fiorentina: «Avevo 13 anni, venivo dalla Firenze Sud. Alla Viola il mio primo allenatore, Vinicio Montoci, mi ha voluto bene come ad un figlio. Più difficile il rapporto con il grande Sergio Cervato, un uomo provato dalla vita e molto ruvido. Poi ho avuto Pietro Biagioli, storico vice di De Sisti in prima squadra: mi lasciava libertà d’azione, con lui nelle finali Allievi del 1984 ho giocato bene come non mai. Fummo battuti dal Napoli nella doppia sfida scudetto: 1-1 sia all’andata che al ritorno, poi perdemmo ai rigori. Fui io a sbagliare quello decisivo. Peccato, giocai una grande gara, segnai il gol del pareggio. Dall’altra parte c’era Ciro Ferrara, del quale ho ancora quella maglia».
Intanto aveva già assaggiato la Primavera: «Vincenzo Guerini mi fece esordire a Latina. Annata conclusa col titolo di campioni d’Italia. Poi ho avuto Arrigo Sacchi: un fenomeno, conservo ancora i suoi programmi di allenamento. Era avanti anni luce, ha ribaltato il calcio. Un giovedì, prima di Fiorentina-Roma di serie A della domenica, amichevole allo stadio contro la prima squadra. Dopo 22 minuti De Sisti sospese l’incontro, con la scusa del campo pesante: i titolari non uscivano dalla loro metà campo, andavamo al doppio. Passarella rincorse Sacchi per fargli i complimenti».
Labardi ha assaggiato la A:
«Tante panchine, la Coppa Italia contro il Parma, due ritiri precampionato, l’esordio all’Olimpico contro la Roma, lanciato da Agroppi. Conservo la maglia di Boniek».
L’idolo fiorentino di Labardi è stato Daniel Bertoni: «Giocavo nel suo ruolo, e lui mi ha preso sotto la sua ala. Mi invitava a casa sua, mi ha regalato le scarpe usate nel secondo tempo della finale mondiale Argentina-Olanda del 1978. E che dire di Antognoni? Mi allenavo con lui, mi parlava, mi chiamava per nome... Lui, un’icona per noi fiorentini, uomo straordinario, umile, di carisma. Ha dato tutto per Firenze e per la Viola. Sono felice che sia rientrato nel club».
Intanto aveva già assaggiato la Primavera: «Vincenzo Guerini mi fece esordire a Latina. Annata conclusa col titolo di campioni d’Italia. Poi ho avuto Arrigo Sacchi: un fenomeno, conservo ancora i suoi programmi di allenamento. Era avanti anni luce, ha ribaltato il calcio. Un giovedì, prima di Fiorentina-Roma di serie A della domenica, amichevole allo stadio contro la prima squadra. Dopo 22 minuti De Sisti sospese l’incontro, con la scusa del campo pesante: i titolari non uscivano dalla loro metà campo, andavamo al doppio. Passarella rincorse Sacchi per fargli i complimenti».
Labardi ha assaggiato la A:
«Tante panchine, la Coppa Italia contro il Parma, due ritiri precampionato, l’esordio all’Olimpico contro la Roma, lanciato da Agroppi. Conservo la maglia di Boniek».
L’idolo fiorentino di Labardi è stato Daniel Bertoni: «Giocavo nel suo ruolo, e lui mi ha preso sotto la sua ala. Mi invitava a casa sua, mi ha regalato le scarpe usate nel secondo tempo della finale mondiale Argentina-Olanda del 1978. E che dire di Antognoni? Mi allenavo con lui, mi parlava, mi chiamava per nome... Lui, un’icona per noi fiorentini, uomo straordinario, umile, di carisma. Ha dato tutto per Firenze e per la Viola. Sono felice che sia rientrato nel club».
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