Ebeling e la “15” ritirata dal Kleb «È la mia vita»
Dal New Jersey a Ferrara per diventare un idolo Domenica alle 18 l’omaggio al re del basket
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FERRARA. Quella maglia bianca di cotone grosso, la scritta Mangiabevi cucita sopra in verde e col numero quindici, rimarrà nella storia. Al pari di chi la indossava, ovvero John Michael Ebeling, nato a Trenton, New Jersey, il 2 gennaio 1960 e arrivato in Italia per far innamorare Ferrara e la sua gente della pallacanestro. Da quel 1982, anno in cui il biondo americano sbarcò in città assieme a un manipolo di baldi giovani guidati da Marco Calamai, s’è stretto un legame fortissimo. Da allora John non ha più lasciato la città e qui ha trovato, oltre a importanti soddisfazioni sportive, anche una famiglia. Dopo quella prima, fantastica esperienza a inizio anni Ottanta, Ebeling ha iniziato a girare l’Italia e l’Europa, tra serie A ed Eurolega, costruendo una carriera durata più di vent’anni. Nella sua Ferrara, John è tornato altre tre volte da giocatore, segnando in modo indelebile momenti importanti della storia del nostro basket a inizio e alla fine degli anni Novanta: prima con la presidenza Lauriola e poi con Roberto Mascellani, diventando un giocatore simbolo per la città. Per questo il Kleb Basket ha deciso di rendere omaggio alla sua lunga carriera. Domenica, prima della partita tra la Bondi e la De Longhi Treviso, verrà ritirata la maglia numero 15.
«E’ un bellissimo riconoscimento che, sinceramente, non mi aspettavo - ha detto ieri lo stesso Ebeling -; ringrazio fin da ora il presidente Bulgarelli e la società per questo gesto che apprezzo tantissimo. Forse l’ottanta per cento di quelli che saranno al palasport non sanno nemmeno chi è John Ebeling, visto che negli anni Ottanta forse non erano nemmeno nati. Magari i loro genitori potranno raccontare quegli anni bellissimi in cui Ferrara ha iniziato ad amare il basket in modo così viscerale». Appunto, com’erano quegli anni? «Era la prima volta che andavo via di casa e arrivare in Italia, in un paese straniero, con una lingua che non capivo, è stato un impatto forte. I primi mesi abitavo a Bologna, facevamo avanti e indietro con il pullman per allenarci, ma poi ci spostammo a Ferrara. C’era una passione incredibile in città, c’era grande seguito. Ricordo le partite contro la Fortitudo: il palasport era pienissimo, non si vedevano nemmeno le tribune. C’era gente che guardava da fuori, affacciata alle vetrate. Un vero muro di passione. Ancora si fumava all’interno degli impianti e a metà partita sembrava ci fosse la nebbia».
«Avevo vent’anni e capivo poco di come si faceva a stare al mondo - dice sorridendo -. In più ero arrivato in un campionato con regole diverse rispetto a quelle americane: non c’era il tiro da tre punti, la rimessa si faceva correndo e l’arbitro non doveva toccare la palla prima di riprendere il gioco. Ricordo che Calamai si infuriava quando, dopo un fallo, non si tornava subito in difesa perché il tuo avversario ti faceva subito canestro. Ho passato anche tanti momenti tristi perché ero lontano da casa. Ma poi sono arrivate anche le grandi soddisfazioni, come la salvezza del primo anno a Livorno e il campionato successivo. Andai subito a scuola di italiano: non sopportavo non comprendere cose mi diceva la gente. A Ferrara ho cominciato anche a formarmi come persona, oltre che come giocatore. E da lì ho iniziato una carriera che mi ha dato tante soddisfazioni». Dopo Ferrara ecco la promozione conquistata con Firenze: «Sarei dovuto andare al Real Madrid a giocare con Petrovic, ma mi feci male al ginocchio e dovetti rinunciare». Riprese da Forlì, prima di Granada, Granollers e Murcia. L’Eurolega con Badalona («anche se non ero al cento per cento»), e ancora Cantù (finale di Coppa Italia), Reggio Emila e Fabriano prima di tornare a Ferrara. «Volevo riportare la mia città in serie A. Ci sono riuscito, ma dopo tre anni. Avremmo potuto farcela la prima volta contro Barcellona Pozzo di Gotto, ma senza Amabili era difficile. Andò male con Cento l’anno dopo, con quel tiro da tre di Carchia che resta un ricordo indelebile. Ci riuscimmo al terzo tentativo con una squadra fantastica che era come una famiglia: con Calbini, Monzecchi e Biganzoli mi sono trovato veramente bene e credo abbiamo scritto una pagina importante per il nostro basket».
La stessa città che in suo onore ritirerà la maglia e dove John ancora vive, tra il suo Pala Palestre Training Center e qualche collaborazione con agenti americani, dando un occhio a Michele, uno dei suoi figli, che gioca a Cagliari in A2. «Abbiamo ben poco in comune. Alla sua età io non ero così forte e avevo anche meno talento. Sapevo che per arrivare dovevo lavorare».
Mauro Cavina
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«E’ un bellissimo riconoscimento che, sinceramente, non mi aspettavo - ha detto ieri lo stesso Ebeling -; ringrazio fin da ora il presidente Bulgarelli e la società per questo gesto che apprezzo tantissimo. Forse l’ottanta per cento di quelli che saranno al palasport non sanno nemmeno chi è John Ebeling, visto che negli anni Ottanta forse non erano nemmeno nati. Magari i loro genitori potranno raccontare quegli anni bellissimi in cui Ferrara ha iniziato ad amare il basket in modo così viscerale». Appunto, com’erano quegli anni? «Era la prima volta che andavo via di casa e arrivare in Italia, in un paese straniero, con una lingua che non capivo, è stato un impatto forte. I primi mesi abitavo a Bologna, facevamo avanti e indietro con il pullman per allenarci, ma poi ci spostammo a Ferrara. C’era una passione incredibile in città, c’era grande seguito. Ricordo le partite contro la Fortitudo: il palasport era pienissimo, non si vedevano nemmeno le tribune. C’era gente che guardava da fuori, affacciata alle vetrate. Un vero muro di passione. Ancora si fumava all’interno degli impianti e a metà partita sembrava ci fosse la nebbia».
«Avevo vent’anni e capivo poco di come si faceva a stare al mondo - dice sorridendo -. In più ero arrivato in un campionato con regole diverse rispetto a quelle americane: non c’era il tiro da tre punti, la rimessa si faceva correndo e l’arbitro non doveva toccare la palla prima di riprendere il gioco. Ricordo che Calamai si infuriava quando, dopo un fallo, non si tornava subito in difesa perché il tuo avversario ti faceva subito canestro. Ho passato anche tanti momenti tristi perché ero lontano da casa. Ma poi sono arrivate anche le grandi soddisfazioni, come la salvezza del primo anno a Livorno e il campionato successivo. Andai subito a scuola di italiano: non sopportavo non comprendere cose mi diceva la gente. A Ferrara ho cominciato anche a formarmi come persona, oltre che come giocatore. E da lì ho iniziato una carriera che mi ha dato tante soddisfazioni». Dopo Ferrara ecco la promozione conquistata con Firenze: «Sarei dovuto andare al Real Madrid a giocare con Petrovic, ma mi feci male al ginocchio e dovetti rinunciare». Riprese da Forlì, prima di Granada, Granollers e Murcia. L’Eurolega con Badalona («anche se non ero al cento per cento»), e ancora Cantù (finale di Coppa Italia), Reggio Emila e Fabriano prima di tornare a Ferrara. «Volevo riportare la mia città in serie A. Ci sono riuscito, ma dopo tre anni. Avremmo potuto farcela la prima volta contro Barcellona Pozzo di Gotto, ma senza Amabili era difficile. Andò male con Cento l’anno dopo, con quel tiro da tre di Carchia che resta un ricordo indelebile. Ci riuscimmo al terzo tentativo con una squadra fantastica che era come una famiglia: con Calbini, Monzecchi e Biganzoli mi sono trovato veramente bene e credo abbiamo scritto una pagina importante per il nostro basket».
La stessa città che in suo onore ritirerà la maglia e dove John ancora vive, tra il suo Pala Palestre Training Center e qualche collaborazione con agenti americani, dando un occhio a Michele, uno dei suoi figli, che gioca a Cagliari in A2. «Abbiamo ben poco in comune. Alla sua età io non ero così forte e avevo anche meno talento. Sapevo che per arrivare dovevo lavorare».
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