«Qui gli anni più belli Siete la mia famiglia»
di Paolo Negri
Cascella al bomber: tu l’attaccante più forte con cui ho giocato
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FERRARA. La Curva gremita. Il bianco e l’azzurro a contrastare col grigio scuro del cielo ed il prato illuminato dai riflettori accesi ben presto. Quei volti, quei filmati, quelle immagini a scorrere sul maxi-schermo dello stadio: nella sua casa, il presidente Paolo Mazza parlava come se fosse lì, sempre presente, eterno custode spirituale del luogo ove ha costruito il mito della Spal. Brividi. E non per il vento gelido che sferzava le guance ed entrava nelle ossa. Un grande ex del passato scherzava: «Ma proprio oggi dovevano organizzare questa cerimonia? Non potevano farla a primavera?». In realtà era felicissimo ed orgoglioso di essere lì, in mezzo ad ex compagni e non solo. In generale, a chi ha vestito la maglia della Beneamata.
A oggi, non si è spenta l’eco per la celebrazione con cui la Spal domenica ha inteso mettere fine alle iniziative per i 110 anni della società. Una copiosa passerella di campioni e non campioni che comunque, ognuno a modo proprio, ha lasciato una traccia, un ricordo, ha suscitato emozioni. Ma la sintesi di tutto è raccolta nelle riuscitissime parole di Franco Pezzato. Uno dei più amati di sempre, basti pensare all’ovazione riservatagli quando è stato annunciato il suo nome e lui è entrato in campo, sciarpa biancazzurra al collo, braccio levato a salutare la folla plaudente. Prima, al suo arrivo in tribuna, all’atto di scendere le scalette per raggiungere la zona dietro le panchine dove erano riuniti tutti gli ex spallini, Pezzato ha incrociato un volto che nell’immediato non gli ha strappato il saluto. Allora, è stato l’altro a fermarlo: «Pezzato? Sono Cascella...». Il “Cina” si è fermato, il 7 e l’11 della stagione 1975/76 si sono guardati e poi stretti in un lungo abbraccio. E lì, Pezzato ha detto cose bellissime: «Tu (Cascella; ndr), voi (Fasolato, Boldrini, Gambin, Croci, tutti gli ex compagni, il mitico “Pantera” Adami, la gente di Ferrara, i tifosi; ndr) siete stati e siete la mia famiglia, e spero che anche io lo sia per voi. Qui abbiamo vissuto gli anni più belli della nostra vita». Mica poco, eh? La Spal, i suoi protagonisti, chi da fuori ama il biancazzurro, rappresenta questo - a distanza di anni - per Pezzato. Cascella ne ha condiviso il sentimento, poi - rivolgendosi ad un interlocutore - ha detto: «Franco è stato l’attaccante più forte col quale ho giocato».
Lucciconi negli occhi di tutti, indipendentemente dalle generazioni. Prendete Andrea Pierobon, ad esempio. Tiratissimo come ai bei tempi, l’ex portierone in attesa dell’inizio della cerimonia ci ha confidato: «Che voglia di giocare... Non so cosa darei per poter andare in campo». Spirito di appartenenza e amore per la propria professione. In sintesi: passione. La gente non la inganni, infatti Pierobon resta tra i più cari nel cuore dei tifosi. L’applausometro domenica ha parlato chiaro. Come per Giorgione Zamuner, ad esempio. Peccato che magari pochi tra i presenti sapessero chi è stato questo o quello. Adolfo Gori, ad esempio. Abbiamo sentito qualcuno dire che era il «ricciolone di inizio anni ’80, in C». Ah, eresia! Il Gori di domenica è stato mediano e terzino di qualità assoluta, pescato da Paolo Mazza nella Lucchese, rivelato, imposto, trasformato in laterale capace di arrivare alla Juventus ed alla Nazionale. Il “gemello” di Carlo Dell’Omodarme (ecco, se ci fosse stato “Momo” sarebbe stata una gran cosa: che peccato non poter applaudire uno dei grandi idoli degli anni ’60, ala funambolica). Elegante, sobrio, accompagnato dalla moglie, occhiali che non ne celavano le sembianze di un tempo, Gori è tornato nel suo vecchio stadio dopo una vita. Peccato che il popolo non lo abbia salutato a dovere. D’altra parte, in Curva vanno soprattutto le generazioni più fresce, mentre la tribuna domenica è rimasta abbastanza apatica davanti alle celbrazioni. E la gradinata era semi-vuota. Lo ha notato anche Aladino Valoti, con gli inseparabili Amerigo Paradiso, Salvatore Profumo, Beppe Colombo, Fabio Mastrocinque, Riccardo Cervellati: «L’iniziativa della società, del presidente Mattioli, è da 10 e lode. Meravigliosa. E lo stadio è bellissimo, un gioiellino, una bomboniera: bisogna restare in A e goderselo. Peccato però vedere tanti vuoti in gradinata: ai miei tempi per una partita come Spal-Verona, e con questa valenza, sarebbe stata piena».
Poco dopo, il simbolo spallino per eccellenza - l’immenso Oscar Massei - saliva i gradoni della tribuna. A metà si è fermato, ha guardato il campo, la Curva, lo sventolio di biancazzurro. Nel giorno in cui in Argentina i tifosi del suo Rosario Central - in occasione del derby col Newell’s - hanno avvolto le tribune del Gigante de Arroyito con un bandierone di 500 metri per 40 di altezza (record mondiale), a Massei è scesa una lacrima. Per il cuore pulsante del Mazza. Per la Spal.
A oggi, non si è spenta l’eco per la celebrazione con cui la Spal domenica ha inteso mettere fine alle iniziative per i 110 anni della società. Una copiosa passerella di campioni e non campioni che comunque, ognuno a modo proprio, ha lasciato una traccia, un ricordo, ha suscitato emozioni. Ma la sintesi di tutto è raccolta nelle riuscitissime parole di Franco Pezzato. Uno dei più amati di sempre, basti pensare all’ovazione riservatagli quando è stato annunciato il suo nome e lui è entrato in campo, sciarpa biancazzurra al collo, braccio levato a salutare la folla plaudente. Prima, al suo arrivo in tribuna, all’atto di scendere le scalette per raggiungere la zona dietro le panchine dove erano riuniti tutti gli ex spallini, Pezzato ha incrociato un volto che nell’immediato non gli ha strappato il saluto. Allora, è stato l’altro a fermarlo: «Pezzato? Sono Cascella...». Il “Cina” si è fermato, il 7 e l’11 della stagione 1975/76 si sono guardati e poi stretti in un lungo abbraccio. E lì, Pezzato ha detto cose bellissime: «Tu (Cascella; ndr), voi (Fasolato, Boldrini, Gambin, Croci, tutti gli ex compagni, il mitico “Pantera” Adami, la gente di Ferrara, i tifosi; ndr) siete stati e siete la mia famiglia, e spero che anche io lo sia per voi. Qui abbiamo vissuto gli anni più belli della nostra vita». Mica poco, eh? La Spal, i suoi protagonisti, chi da fuori ama il biancazzurro, rappresenta questo - a distanza di anni - per Pezzato. Cascella ne ha condiviso il sentimento, poi - rivolgendosi ad un interlocutore - ha detto: «Franco è stato l’attaccante più forte col quale ho giocato».
Lucciconi negli occhi di tutti, indipendentemente dalle generazioni. Prendete Andrea Pierobon, ad esempio. Tiratissimo come ai bei tempi, l’ex portierone in attesa dell’inizio della cerimonia ci ha confidato: «Che voglia di giocare... Non so cosa darei per poter andare in campo». Spirito di appartenenza e amore per la propria professione. In sintesi: passione. La gente non la inganni, infatti Pierobon resta tra i più cari nel cuore dei tifosi. L’applausometro domenica ha parlato chiaro. Come per Giorgione Zamuner, ad esempio. Peccato che magari pochi tra i presenti sapessero chi è stato questo o quello. Adolfo Gori, ad esempio. Abbiamo sentito qualcuno dire che era il «ricciolone di inizio anni ’80, in C». Ah, eresia! Il Gori di domenica è stato mediano e terzino di qualità assoluta, pescato da Paolo Mazza nella Lucchese, rivelato, imposto, trasformato in laterale capace di arrivare alla Juventus ed alla Nazionale. Il “gemello” di Carlo Dell’Omodarme (ecco, se ci fosse stato “Momo” sarebbe stata una gran cosa: che peccato non poter applaudire uno dei grandi idoli degli anni ’60, ala funambolica). Elegante, sobrio, accompagnato dalla moglie, occhiali che non ne celavano le sembianze di un tempo, Gori è tornato nel suo vecchio stadio dopo una vita. Peccato che il popolo non lo abbia salutato a dovere. D’altra parte, in Curva vanno soprattutto le generazioni più fresce, mentre la tribuna domenica è rimasta abbastanza apatica davanti alle celbrazioni. E la gradinata era semi-vuota. Lo ha notato anche Aladino Valoti, con gli inseparabili Amerigo Paradiso, Salvatore Profumo, Beppe Colombo, Fabio Mastrocinque, Riccardo Cervellati: «L’iniziativa della società, del presidente Mattioli, è da 10 e lode. Meravigliosa. E lo stadio è bellissimo, un gioiellino, una bomboniera: bisogna restare in A e goderselo. Peccato però vedere tanti vuoti in gradinata: ai miei tempi per una partita come Spal-Verona, e con questa valenza, sarebbe stata piena».
Poco dopo, il simbolo spallino per eccellenza - l’immenso Oscar Massei - saliva i gradoni della tribuna. A metà si è fermato, ha guardato il campo, la Curva, lo sventolio di biancazzurro. Nel giorno in cui in Argentina i tifosi del suo Rosario Central - in occasione del derby col Newell’s - hanno avvolto le tribune del Gigante de Arroyito con un bandierone di 500 metri per 40 di altezza (record mondiale), a Massei è scesa una lacrima. Per il cuore pulsante del Mazza. Per la Spal.
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