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«Vivo un sogno con le farfalle nello stomaco»

di Marco Nagliati
«Vivo un sogno con le farfalle nello stomaco»

Voleva fare il diplomatico e girare il mondo Ha lasciato tutto e ora ha la grande occasione 

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FERRARA. L’antitesi. Andrea Bonacina vive in contrapposizione. Studiava per diventare diplomatico, l’altro giorno al palasport ha estratto toni aspri e spigolosi nei confronti di una squadra di pallacanestro cui va defibrillata l’energia. Dritto al cuore della Bondi, chiedendo inversione di rotta dopo alcune prestazioni di modesto spessore. La cui amarissima coda è stato l’esonero di Alberto Martelossi. Il 33enne Bonacina, cresciuto in quell’humus laborioso e ancorato al terreno tipico della Brianza, è così salito di ruolo: capo allenatore. Domani sarà al debutto, contro Imola. Un match mai banale e, con questi chiari di luna, doppiamente teso e atteso. Ieri Andrea è venuto in redazione a raccontarsi, togliere la patina di homo novus e spiegare perché in fondo - tra tanti che saranno nervosi - lui che ne avrebbe più diritto invece si sente a proprio agio. Stava diventando un diplomatico di carriera, s’è tuffato in un pianeta in cui è tutto molto diretto. Nel basket o vinci o perdi.

Bonacina, perché ha scelto un pallone che rimbalza sul parquet?

«Ho giocato a livelli bassi, amatoriali. Per molto tempo il basket è rimasto una semplice passione alternativa al lavoro. La mia è una formazione umanista: sognavo di girare il mondo seguendo la carriera diplomatica».

Ecco: liceo linguistico, laurea in relazioni internazionali alla Statale di Milano. Inizia il biennio di specializzazione in studi diplomatici e improvvisamente lascia per la palla a spicchi.

«Amavo il basket ma fino al 2012 non “appartenevo” al basket. Ero vice nei settori giovanili di Robbiate e Bernareggio, facevo l’assistente in serie C. Allenavo Under 14 e 17. A Robbiate con Sebastiano Fumagalli è iniziato a rimanermi qualcosa dentro».

Le farfalle nello stomaco...

«Proprio così. Non mi sentivo allenatore, ma poi è a Desio che capisco come il basket sia la mia vita e il mio lavoro. L’importante, penso, è vivere e dare tutto te stesso in qualcosa in cui credi. Sfioriamo la promozione in B, mi chiama Casalpusterlengo e Marco Andreazza mi cambia l’esistenza. Andiamo anche alle finali nazionali Under 17 e 19».

A “Casal P” incontra l’ex coach ferrarese Alex Finelli.

«Che mi insegna cosa significa la metodologia di lavoro in prima squadra, rapportarsi quotidianamente con staff e società. Con il direttore sportivo e la città, relazionarsi con i tifosi. Con giocatori di spessore: penso a Fultz, Chiumenti, Poletti o Jackson».

Estate 2016: Casalpusterlengo riduce gli investimenti, Trullo è a Ferrara e la cerca.

«Facciamo un colloquio, gli piaccio. Mi prende. Sono rimasto anche quest’anno con Martelossi».

E diventa capo allenatore.

«Cerco di godermi ogni giorno e di tirare fuori il meglio. Questa avventura può durare un giorno, una settimana, un mese. Oppure di più. Sono sereno. Carico. Entusiasta. Una sola cosa è fondamentale: non avere rimpianti».

Passo indietro. È avviato ad una carriera prestigiosa in diplomazia, chiama casa e dice: “Lascio per allenare a basket”. Papà e mamma come l’hanno presa?

«Vado ad inseguire un sogno ho detto».

E papà Massimo e mamma Immacolata...

«Beh, diciamo che non ho avuto solo pacche sulle spalle. Tra l’altro, poco prima, avevo rinunciato ad un’assunzione praticamente certa in banca. Amo storia, filosofia e letteratura: a scuola sono sempre andato bene. Chiaro che i miei genitori sognavano quello che tutti vogliono per un figlio unico: il posto solido. La sicurezza del lavoro. Le classiche speranze, insomma».

Niente da fare.

«Ma non mi hanno mai ostacolato. Anzi, senza il loro appoggio non sarebbe andata così. Non giriamoci attorno: senza il loro contributo anche economico non sarebbe stato facile».

Parliamo di Alice?

«È il mio posto nel mondo. Stiamo insieme da quasi 4 anni: il 29 giugno ci sposiamo. È microbiologa, lavora al Niguarda di Milano. Siamo lucidi e razionali nella strada da intraprendere: siamo diventati una famiglia. È entusiasta per me, mi esorta a vivere appieno questa opportunità senza farmi troppe domande. Senza maschere, né rimpianti».

Se ne fa di domande?

«No, semmai ringrazio Martelossi perché mi ha voluto dandomi grande libertà di azione. Mi sento un allenatore migliore rispetto a 4 mesi fa. Però ora in campo porto Andrea Bonacina. Credo di essere il meno preoccupato di tutti: voglio essere una persona per bene».

Inizia però in un clima di scetticismo ambientale evidente.

«In questi due anni a Ferrara ho maturato una cognizione perfetta del rapporto tra la società ed i tifosi, ed è per questo che mi sento pronto per il momento. Ora la responsabilità maggiore è dei giocatori. In Usa si dice che è il momento dello step forward, fare un passo avanti. Petto in fuori e gonfiare le emozioni. Non servono alibi e nemmeno scuse. Tocca a noi: io non giudico le ragioni dei tifosi. Dico, però, che la gente ci ha sempre rispettato».

Onori...

«Gestire un gruppo, metterci del tuo per tirare fuori qualcosa in più».

Oneri...

«Se le cose non vanno bene la colpa è dell’allenatore».

Bulgarelli e Pasi?

«Pasi è uomo di campo. Con lui ho un dialogo molto aperto. Forse in questo momento non è visto come il miglior amico di Ferrara, ma ci tiene. Con lui c’è un confronto tecnico costante. Franco. Mi dirà sempre tutto con schiettezza».

Il presidente?

«È passato in palestra, mi ha stretto la mano e aveva uno sguardo deciso. Siamo liberi di dirci reciprocamente quello che pensiamo, meglio questo del silenzio. È un decisionista: non si terrà dentro nulla. Anche lui però ha bisogno di positività. Poi c’è Milena...».

La moglie del “pres”...

«Una presenza costante al palasport. Mi ha fatto sentire la sua vicinanza e stima professionale. Mi ha guardato negli occhi: ho visto approvazione. Dai, sono l’allenatore con minore esperienza rispetto a tutti i miei colleghi. Ma nessuno ha più ambizione e determinazione di me».

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