In sei gare otto punti È una Spal da rimonta
Floccari e Antenucci, già dall’anno scorso, guidano la riscossa
FERRARA. Rimarrà l’emblema, la madre di tutte le rimonte, per tempistica e interprete: proprio domenica ne ricorreva l’anniversario, nel 2017 era sabato, naturalmente... Sì, stiamo parlando di Vicenza-Spal e della rete del pareggio segnata da Sergio Floccari al 6’ di recupero: il Boia, arrivato come uno scarto del Bologna dieci giorni prima e già idolo della Curva Ovest e di un’intera città, dopo aver raddoppiato al 90’ contro il Benevento, nel suo esordio in maglia biancazzurra (indimenticabile colpo di testa ad altezza siderale). Ma, dicevamo, Vicenza-Spal 1-1: delirio sugli spalti del “Menti”, delirio davanti a tutti i televisori di Ferrara e provincia. E delirio anche a “Diretta biancorossa”, la trasmissione dell’emittente vicentina che seguiva le gesta della squadra locale, con la conduttrice Sara Pinna a guadagnarsi un posticino nella storia del piccolo schermo, almeno nel cuore degli spallini: «Avete perso a Vicenza, punto e fine, a Vicenza avete perso, perché siete una grande squadra - dove sono in classifica questi? - ma avete fatto schifo in realtà, basta».
Quella sera la Spal era terza, a un punto dall’accoppiata Verona (con una gara in meno) e Frosinone, le capolista a 41 punti. E quell’inciso, quella domanda ingenuamente posta in un momento di sconforto, fece della Pinna un personaggio da amare teneramente, povera cara, inconsapevole coniatrice di un tormentone nel mondo pallonaro estense.
Quel Vicenza-Spal fu la seconda remuntada biancazzurra, nella stagione in cui Mora e compagni ne misero a segno 9, su 42 gare disputate: quest’anno sono già 6 su 22.
Tutto questo per dire che il marchio di fabbrica c’è, non è affatto casuale e ha radici lontane, nonché interpreti precisi: la Spal non si arrende mai. Nulla di casuale. È da quando cura il mercato spallino che Davide Vagnati mette davanti a ogni scelta la condivisione del progetto, la costruzione del gruppo a partire dalle qualità morali. Non potrebbe essere altrimenti, per una società che non dispone di un budget infinito e che si è trovata in così breve tempo a compiere il doppio salto di categoria: il quid in più va ricercato oltre le qualità tecniche, in quella disponibilità al sacrificio e all’aiuto reciproco, per dare compattezza alla squadra, caratteristica che non è di tutti.
Ecco, Sergio Floccari, da allora, ne è l’emblema: non il solo - nessuno si senta escluso, tanto meno offeso - ma l’emblema. Lui, che di palcoscenici calcistici di livello ne ha visti più di ogni altro a queste latitudini e che giovanissimo non è più, è arrivato a Ferrara con l’umiltà sbandierata da molti e praticata solo dai migliori. E quest’anno è lui il “re” delle rimonte, con tre reti pesantissime: la doppietta con cui la Spal ha espugnato Benevento e la rete con cui ha strappato un punto a Udine.
Un suo degno compare, in quest’ottica, è Mirco Antenucci. Ben più di Floccari, la passata stagione “Anteseven” è stato artefice di quel saper risalire la china della Spal: suoi il gol della vittoria con lo Spezia, il penalty del pareggio con l’Ascoli, la doppietta vincente con il Trapani, il gol-vittoria a Latina. E quest’anno il lupo di Roccavivara ha già concesso il bis e, particolare non trascurabile, dal dischetto: per il 2-2 con il Verona, a due minuti dal triplice fischio, e per l’identica rimonta con il Torino, e metà ripresa, sempre per il 2-2 e sempre dagli undici metri. Avere un rigorista dal sangue gelido è di certo un valore aggiunto, ma non è il solo merito del 7 biancazzurro, come vedremo.
L’emulo di quest’anno è Alberto Paloschi, anche lui a quota due reti decisive per aggiustare il risultato ai biancazzurri: con il Verona solo due minuti prima che il capitano completasse l’opera su rigore e domenica con l’Inter, servito dall’assist chirurgico dello stesso Antenucci.
Completano la sestina d’imprese le reti di Rizzo a Bergamo e di Viviani con il Torino.
Non ci possiamo però limitare a citare i realizzatori, certamente determinanti, ma certamente non soli a cantare e portare la croce in campo. Con loro, oltre al già citato responsabile dell’area tecnica, vanno menzionati mister e squadra, vecchia e nuova.
Leonardo Semplici, persino ovvio, perché è lui a dirigere l’orchestra, a compiere scelte, a decidere gli interpreti alla vigilia e nel corso della partita: restando solo a domenica, per esempio, quanta calma ha trovato in se stesso e ha trasmesso ai suoi dopo lo sfortunato autogol di Vicari? Quanto ha temporeggiato prima di operare sostituzioni e cambio di modulo? Tempi e scelte che gli hanno dato piena ragione.
E poi c’è la squadra. Tutta, a partire dal portiere e fino all’ultimo entrato. Anzi, parlando ancora del pareggio con i nerazzurri di mister Spalletti, a iniziare di proposito dall’estremo difensore. Perché sarà sembrato anche tutto naturale, ma per Alex Meret si trattava dell’esordio assoluto in serie A, non una partita qualunque: per quanto promettente, stiamo parlando comunque di un ventenne al rientro dopo un lunghissimo stop per problemi fisici. Da lì in avanti, tutti sarebbero da citare, al di là della singola prestazione: ha un senso farlo, allora, per i nuovi acquisti, ossia Cionek e Kurtic, calati perfettamente nello spirito della squadra che lotta e si danna, pronti a fare a sportellate, a darne e a prenderne, a giocare di squadra, fino all’ultima stilla di sudore. Perché questa è la Spal che non si arrende mai...
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