Il romanzo di Moreno «Grazie a El Tigre ora dirigo la Bondi»
A Cuba giocava a baseball ma a Ranchuelo respirava basket Arriva in Italia 14enne ed è avventura. E al Kleb è rinato
FERRARA. La Esperanza è, in fondo, un segno del destino. Al quale, Yankiel Moreno, ha aggiunto una profonda forza di volontà. La storia del playmaker della Bondi inizia qui, nel febbraio del ’90: in un paesino cubano di undicimila anime. Esperanza, frazione di Ranchuelo. Moreno vive con papà Oniel, mentre mamma Yamila è a Plazetas con il fratello di Yankiel. È una storia di sport e affetti, scelte di vita crude ma determinate. Un’avventura che, ventotto anni dopo, porta Moreno nella redazione della Nuova a raccontare di un momento felice. Umanamente e professionalmente.
Yankiel, il romanzo inizia da Santa Clara...
«Frequentavo l’hig school. Dal lunedì al venerdì, poi tornavo a casa a La Esperanza da papà. Che è allenatore di basket. A Santa Clara c’è uno dei poli sportivi più famosi di Cuba, ci sono passati tutti gli atleti migliori del paese: tipo Sotomayor, giusto per dare l’idea (il più grande saltatore in alto di tutti i tempi; ndr). Giocavo a baseball, facevo atletica: salto in lungo e velocità. Ero portato per lo sport. Mi volevano tutti».
Sceglie il basket.
«Perché mi sentivo attratto dalla disciplina che allenava papà. E poi mi affascinavano due figure storiche per la pallacanestro cubana, cestisti nati nelle mie zone: Sergio “El Tigre” Ferrer e Leonardo Perez che è stato anche vice coach della Nazionale. A Ranchuelo si respirava basket».
Mamma Yamila si risposa, sbarca in Italia: Genova. Lei a quattordici anni decide di seguirla...
«Gioco in una rappresentativa durante un torneo internazionale, un club di Portorico mi nota e vuole tesserarmi. Mi negano il visto e capisco che se resto a Cuba non potrò mai diventare un giocatore professionista. Così lascio la mia patria e il papà per ricongiungermi in Italia con mamma».
Vado Ligure, poi Rimini: primo contratto da professionista. Siamo nel 2008 e lei è appena maggiorenne. Ma nulla è facile.
«Ho problemi familiari da risolvere, seri. Torno a Cuba e rimango per due anni e mezzo. Sento molti che sussurrano: “Come fai a tornare giocatore dopo tutto questo tempo?”. Io sto zitto, soffro però tengo la schiena dritta. Mi davano perso, ma avevo la mia strada ben precisa in testa. I problemi ci sono per tutti, so che devo ripartire da zero. Con umiltà».
La vita si indirizza nella giusta direzione. Nel 2013 torna in Italia e Brescia la accoglie per allenarsi. Ah, c’era Martelossi che poi ha ritrovato quest’anno a Ferrara.
«È la mia ripartenza. Con “Martello” mi alleno due mesi. Poi Rimini mi accoglie ancora».
L’esplosione a Roseto nel 2014.
«Il posto giusto nel momento giusto. A Roseto e a coach Trullo devo moltissimo. Tony per me è stato padre, fratello e amico. Per questo quando l’anno scorso è venuto a Ferrara e mi ha chiamato non ci ho pensato un solo secondo ad accettare».
Ecco, accetta. Ma è stata una stagione vissuta tra squalifiche, diversi acuti e polemiche.
«Ci ho riflettuto tanto la scorsa estate. So che dovevo cambiare. Trullo mi diceva: “Se continui così, in Italia non puoi più giocare”. Mamma non si capacitava di vedermi tanto nervoso. Ci stava male. “Perché sei così agitato?” mi chiedeva. Quando le ho detto che sarei rimasto a Ferrara una seconda stagione aveva paura che ricadessi negli errori. Invece adesso non vado più fuori giri. Ho voluto far vedere chi è il vero Moreno».
Con due angeli custodi.
«Vero. Cortese quando vede che sto per innervosirmi dice di respirare qualche secondo, prima di fare qualsiasi cosa. E Fantoni, se nota che sono fuori di me, trova le parole giuste».
Perché il playmaker?
«Sempre piaciuto avere la palla in mano. Poi ho giocato anche guardia e ala: non sono alto due metri, quindi più cose so fare meglio è. Comunque, scorrendo gli anni, mi sento più regista»
A volte dovrebbe anche tirare di più.
«Mi martellano su questo e a volte, quando rivedo le partite, devo dire che hanno ragione. Però a me piace dare assist. Poi, l’anno scorso c’erano Mastellari e Cortese gran tiratori. Quest’anno lo stesso Cortese e Panni: se li vedo liberi la palla gliela passo».
Estate 2017, Martelossi nonostante le turbolenze della stagione precedente la riconferma. Però non sarà titolare.
«Era stato chiaro: sarei partito dalla panchina, perciò non potevo lamentarmi. In effetti in estate non ero convintissimo, però volevo dimostrare a Ferrara chi sono veramente ed ho fatto lo sforzo. Nessuna polemica anche con minutaggio basso».
Arriva Bonacina e la mette al centro del progetto, in più Venuto se ne va. Le chiavi della vettura ora sono tutte sue.
«Sento una fiducia globale, un’occasione da non sprecare. Giochiamo tanto col “pick and roll”, mi sento a mio agio».
Lei sta giocando benissimo, la Bondi è tornata in zona playoff.
«Questo è un campionato indecifrabile, può succedere di tutto. Però una gara alla volta. La parola playoff non è mai entrata nel nostro spogliatoio».
Cosa vede nel suo futuro?
«La mia vita è in Italia. A Cuba non torno da quasi cinque anni. Adesso a Ferrara mi ha raggiunto mia moglie Yoleimi, abbiamo due figli». E sorride.
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