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La lunga strada di Mattioli Nel nome di Paolo Mazza

di Marco Nagliati
La lunga strada di Mattioli Nel nome di Paolo Mazza

«Sono portuense come lui e provo sentimenti che non è facile descrivere» Il biancazzurro nel sottopelle e quella enorme sofferenza il giorno della partita

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FERRARA. Paolo Mazza lo guardava sornione. Da portuense a portuense. Da visionario a visionario. Ma di quelle visioni impastate nella tenacia. Intinte nel coraggio della passione. L’avventura inizia il 17 luglio del 2013, in una stanzetta del Mazza sopravvissuta a un decennio di sciatteria gestionale. La Spal due giorni prima era diventata dei Colombarini, il presidente Walter Mattioli si insediava ufficialmente. Una scrivania, una maglia biancazzurra e, in alto, una gigantografia. Una foto di Paolo Mazza, che campeggiava alle spalle di Mattioli. Il presidentissimo, che sembrava inarrivabile avendo portato e mantenuto a lungo la Beneamata nella massima serie, ascoltava le prime calde parole di Mattioli. «Sono nato a Portomaggiore come “qualcuno” che ben conoscete - sussurrò Walter gettando lo sguardo all’indietro -: fin da ragazzino ho seguito la Spal. Ora “sono” alla Spal e vogliamo fare bene».

Ecco, da quel dì, Mazza ha vegliato su questa società. Ferrarese tra i ferraresi. Con nel Dna la piena coscienza di quello che la Spal ha sempre rappresentato per le terre estensi. «Faremo grandi cose - ha via via declinato l’impegno totale per il club il presidente Mattioli -: se qualcosa non dovesse andare, significa che non sarò stato attento». Appunto, perché Mattioli “vive” la Spal accaventiquattro. Visto il percorso compiuto in cinque anni, di situazioni importanti gliene sono evidentemente sfuggite poche. Tutto sotto controllo, polizza assicurativa pronta al minimo accenno di sconforto: «Tranquilli, lo garantisco. Non retrocederemo». Walter ha tenuto il punto dialettico sempre. Ogni mese, ogni settimana. «Credete nel vostro presidente: faremo di tutto e di più. Non lasceremo la serie A».

Mattioli per sei giorni alla settimana ama essere il nonno burbero, il capo che ascolta poi valuta e decide. Il giorno della partita, però, pare che subentri santa Barbara dei fulmini. Soffre, sbuffa, sbotta. A volte va oltre le righe. Poi si pente, quando si raffredda. Però la sparata ormai è fatta: la frittata è servita. «Qui alla Spal amiamo ciò che facciamo» puntualizza per smontare un po’ l’eruzione lavica. Qualche volta se la prende con i calciatori, talvolta col mister. Poi un’occhiataccia ai giornalisti.

Ma si fa perdonare. Nei momenti in cui la tensione cala, Walter Mattioli diventa quel giovane di Portomaggiore che ha il biancazzurro nel sottopelle. «Da un po’ di tempo a questa parte, sul finire delle partite, temo di rischiare l’infarto». Wor bas, sempre avanti. «Io non ho paura della A - raccontò un anno fa a Terni, il pomeriggio della storia -: provo sentimenti che non è facile descrivere. In trent’anni ho vinto in tutte le categorie calcistiche: dalla Terza categoria alla B. Ora siamo al top. Dal recinto di Masi alla massima serie».

In questa stagione, a cavallo tra il 2017 e il 2018, per un attimo ha vacillato. La squadra faticava, ne buscava troppe. Brutto ko a Cagliari, crollo al Mazza col Milan. Davanti Napoli. Discreta Spal, sconfitta onorevole. I Colombarini hanno messo una mano sulla spalla del presidente, Mattioli ha parlato chiaro e fitto con Semplici. Ruvido e sincero. Niente ribaltone, si va avanti così. Da allora dieci risultati utili (quattro vittorie, sei pareggi) e l’unica caduta contro una Roma invero in stato di grazia.

Nel momento più complesso della gestione spallina, probabilmente Walter Mattioli si è ricordato di una frase che sente sua. Che non trascura di porre in superficie: «Popolo spallino, rimaniamo sempre così uniti. Noi siamo la Spal».

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