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"Io, Vagnati. Nella Spal il mio mondo"

di Marco Nagliati
"Io, Vagnati. Nella Spal il mio mondo"

L'intervista. Il responsabile dell'area tecnica si racconta. Passione, impegno e senso di appartenenza

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FERRARA. “Il mio calcio di sacrificio e passione...”. Davide Vagnati indossa il “mondo Spal”, assorbe la pressione di rappresentarlo ai massimi livelli. L’orgoglio di far parte di una famiglia, la responsabilità di sentirsi sulle spalle l’entusiasmo e la spinta di una città. Bruciare le tappe è stata una fantasmagoria di vita, ora l’assestamento produce ore insonni e passo frenetico. Il direttore dell’area tecnica biancazzurra ci accoglie nella sala stampa del centro Fabbri. In testa cifre e idee di mercato, la quotidianità che reclama l’attenzione massima. Se c’è un momento in cui un diesse accelera senza pigiare sui freni è proprio questo. In una mattinata gradevole e con una brezza che accarezza, Vagnati trova l’attimo fuggente: rallenta. Riavvolge il nastro e assapora un passato entusiasmante. Finora la vetrina, tra tutti i soggetti protagonisti di questa Spal che arriva in Serie A e si salva, l’ha frequentata poco. Dai primi calci tirati a Pegli, all’Olimpo del pallone. Da Genova a Masi San Giacomo, fino alla stazione Ferrara. In uno spicchio di relativa quiete, Vagnati si racconta. «Ho “conosciuto” il calcio tramite papà. Faceva il portiere in quella che si può definire l’attuale quarta serie. Andavo con lui ed ero considerato la mascotte della squadra. Frequentavo il campo, mi è piaciuto ed ho voluto provare. Papà non ebbe nulla in contrario, ad una condizione: che non facessi il portiere».

Come mai?

«Secondo lui in quel ruolo non vivi appieno le dinamiche della squadra».

Lei che disse?

«Beh, neanch’io volevo fare il portiere».

Ha fatto il centrocampista, come si definirebbe?

«Senza grossi pregi, né grandi difetti. Direi sufficiente. Sapevo fare un po’ tutto: il passo giusto, essere nella posizione ideale al momento giusto. Diciamo un giocatore “tuttocampo”. Facevo il capitano, si vede che la leadership me la riconoscevano».

Nasce calcisticamente nella Pegliese, arriva alla Sampdoria di mister Boskov. C’erano Montella, Veron...

«Finite le medie, da buon sampdoriano, entro nel settore giovanile blucerchiato. Decisi di vivere questa esperienza solo dopo avere compiuto un percorso scolastico. Il calcio all’inizio non dà certezze, quindi lo studio è fondamentale. Un concetto che cerco di trasmettere ai nostri giovani. Alla Sampdoria ho avuto il primo contatto con il professionismo. Ho capito molto allenandomi al fianco di grandi campioni».

La sua carriera si sviluppa tra C1 e C2, poi verso il tramonto ecco la Giacomense. Com’è successo?

«Già, come è successo... Nella mia carriera ho sempre fatto scelte “strane”. Avevo appena vinto la C2 col Benevento, le richieste non mi mancavano. Tra queste quella della Giacomense, che mi stuzzicava. Mi incuriosiva. I compagni mi prendevano in giro: “Cosa vai a fare a Masi San Giacomo, tu che hai vinto a Benevento?”. Eppure questa situazione mi stimolava, chissà perché. Mi sembrava la cosa giusta. Certo, l’arrivo a Masi non è stato semplice: ero abituato a piazze calde. Poi, però, ho trovato quello che cercavo».

Cosa, in particolare?

«Un ambiente sano. Pulito. Serio. Familiare. In cui festeggiare la salvezza come fosse la vittoria di un campionato».

Diciamo che ha avuto fiuto, aprendosi il futuro...

«Cosa impossibile da intuire prima. Io arrivo alla Giacomense nel 2008, il ds Menegatti andò all’Alessandria nel 2012. Il presidente Mattioli mi chiama, ero in vacanza a Genova: “Vieni in Vetroresina che ti vogliamo parlare”».

E arriva la proposta “folle”, affascinante. Di quelle che cambiano l’ordine dell’universo. Il presidente, più o meno, le dice: “Parli molto, corri poco”...

«... vieni a lavorare con me dietro la scrivania. Era sempre stata la mia passione, Mattioli mi diceva che ero adatto ai rapporti con le persone. Analizzare e costruire. Ho sempre creduto che quello di direttore sportivo fosse il mio ruolo».

Cosa glielo faceva credere?

«Da piccolo, giocando con gli amici agli sport da tavolo, più che la partita vera e propria a me affascinava il ruolo manageriale. Costruire la squadra: la gara era solo una conseguenza».

Siamo nel 2012, parte dalla C2 della Giacomense. E guardi dove è arrivato...

«Non potevo certo pensare che la carriera si sviluppasse così. Non me l’aspettavo, né in fondo lo speravo. Diciamo che le cose arrivano se ci sono le condizioni. A Ferrara, con la famiglia Colombarini, ci sono sempre state. Di mio metto una devozione completa al lavoro. Ogni telefonata può essere importante, rispondo a tutti».

La famiglia come ha assorbito questa crescita esponenziale del lavoro? Dalla C2 alla Serie A i pianeti sono all’opposto.

«Tanto per spiegare come vivo il momento. Alla parola “famiglia” ho pensato subito ai Colombarini: questo è il mio istinto. La mente va immediatamente a loro, che devo ringraziare per la fiducia totale».

Il riferimento invece era a sua moglie Stefania...

«Ha una pazienza infinita. Io sono un romanticone, mi rendo conto che soprattutto durante il mercato la professione mi sottrae non soltanto il tempo. Pure energie e serenità. In momenti “caldi” come questi divento scontroso perché non ho la testa nella famiglia ma sul lavoro. Ventiquattro ore».

Ferrara è la vostra seconda patria.

«I mie bimbi sono spallini: Thomas, 8 anni, e Manuel di 12. Quando un paio di anni fa era uscita la voce sul Parma, una sera arrivo a casa e quasi piangevano: “Papà, ma è vero che andiamo via? Noi non vogliamo lasciare Ferrara!”».

È rimasto e proprio contro la Sampdoria è arrivata la salvezza della Spal.

«Dopo la partita ero già nello spogliatoio, pensavo alla nuova squadra da costruire. Ed è un male perché bisogna anche saper godere dei momenti belli».

In questi tre anni di scalata irresistibile ha avuto un attimo in cui s’è guardato allo specchio? Tu guarda cosa ho fatto.

«Io la salvezza non me la sono ancora goduta. L’annata sì, con orgoglio. Ho assaporato ogni singolo grande stadio in cui abbiamo giocato. Pensavo a quando eravamo a Santarcangelo e ci abbiamo pure perso. Ora ci confrontiamo con realtà che hanno fatto la storia. Con una forza economica importante. Noi reggiamo all’urto con un forte senso di appartenenza, programmazione e serietà».

Ha detto: faccio almeno 60.000 km all’anno per vedere partite.

«Diciamo che adesso sono di meno in macchina, però viaggio in aereo. Nella carriera da ds ho vissuto due momenti difficili. Il primo quando ho iniziato, partivo da zero. Avevo visto poco e io mi fido solo di quello che vedo. Tra le poche cose, però, avevo notato Lazzari: il mio orgoglio. Il secondo momento duro è stato l’ultimo mercato: costruire una squadra per la A, rispetto alla B, è tutta un’altra cosa. Dovevo convincere i giocatori a venire alla Spal, spiegare la bontà del progetto. S’è visto: ultimamente 2 neopromosse su 3 poi retrocedono ed io avevo il compito di spiegare cos’è la Spal ai calciatori. La massima serie mancava da quasi 50 anni. Poi andava esplorato il mercato europeo, in quanto per i giocatori italiani servono tanti soldi. Per le nostre forze economiche, l’estero aiuta ma non avevamo un database o un servizio scouting completo».

Ora come siete organizzati?

«Abbiamo sei osservatori che seguono il campionato italiano: Berretti, Primavera e salendo fino alla A. Poi osservano i video dei campionati esteri: Belgio, Francia, Svezia. Un paio di loro girano l’Europa, altri due ne aggiungeremo a breve. Tutti esperti, professionisti che portano un bagaglio e una banca dati di livello».

Ci pensa, tutto è nato perché le dicevano che parlava troppo...

«Devo ringraziare Mattioli per la sua intuizione. Ora capisco che la cosa più difficile, a livello dirigenziale, è scegliere i collaboratori a cui demandare. Uno vorrebbe fare tutto, ma non si può. Trovare i collaboratori giusti è una grande dote. E io aggiungo: mai dimenticare da dove si arriva. Se accade, inizia la discesa».

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