Obiettivo puntato sull’impresa Azzurre firmate Filippo Rubin
L’INTERVISTANon c’è tifoso che sabato scorso non si sia immedesimato in un ruolo preciso in campo, mentre le azzurre combattevano contro le serbe per aggiudicarsi il titolo mondiale. Non c’è tifoso...
L’INTERVISTA
Non c’è tifoso che sabato scorso non si sia immedesimato in un ruolo preciso in campo, mentre le azzurre combattevano contro le serbe per aggiudicarsi il titolo mondiale. Non c’è tifoso che non si sia proiettato su un campo di pallavolo almeno una volta nella vita. Sotto la rete c’è chi crede di avere abbastanza tempismo per alzare e chi coraggio sufficiente per schiacciare, chi è bravo a incassare dagli avversari e chi, invece, preferisce il distacco della regia. Filippo Rubin c’era, davvero. Nel ruolo che da anni è la sua professione, dai campi in cui gioca la Spal, ai palazzetti, alle strade della cronaca di provincia: fotografo. Ferrarese, collaboratore della Nuova, era inviato in Giappone per la Federazione Italiana Pallavolo. Le sue immagini, riprese dai principali quotidiani sportivi, si raccontano da sole: strepitose. È rientrato in Italia ieri.
Filippo, sei volato oltreoceano, il Pacifico, per la quinta volta. In una parola?
«Adrenalina pura. La differenza sostanziale dalle precedenti è stato saperlo solo tre giorni prima di partire. Il mondiale è durato quasi un mese e sono partito per coprire la fase finale, che si è giocata tra Nagoya e Yokohama. Il paese è fantastico: pulito, efficiente e organizzato. I giapponesi esprimono una cultura civica ammirevole».
Hai esultato e sofferto insieme alle ragazze...
«Le conosco quasi tutte, quando lavori con la Nazionale è tutt’altro rispetto a seguire un club qualsiasi. È un po’ come quando fotografi la Spal, ti senti molto coinvolto».
È la formazione più giovane della storia.
«Sono unite ed entusiaste, è impossibile non lasciarsi trascinare. Le due cosiddette “senatrici” sono nate nel 1987 e nell’88. La star assoluta di questo mondiale è Paola Egonu, già considerata tra le giocatrici più temibili al mondo. Ha appena 19 anni».
Quali emozioni ti hanno attraversato mentre eri a bordo campo?
«Hanno lottato fino all’ultimo istante, hanno giocato molto bene, però essendo giovani non riuscivano a sostenere sempre un livello alto. E i cali rimbalzavano pure sugli spalti: nel momento in cui la partita si metteva male, mi veniva il magone».
Con la pallavolo com’è cominciata, è stata subito passione?
«Ho giocato vent’anni, arrivando in serie C con il Portomaggiore. Il mio vicino di casa, Luca Stagni, è stato un professionista da serie A. Da ragazzino faceva già parlare di sé e proprio grazie a lui e a suo padre, Roberto, me ne sono innamorato».
Si parla poco di Roberto Stagni.
«Troppo poco, è un uomo da ricordare. Ha lasciato un segno e ha fondato il Team Volley che l’anno scorso si è aggiudicato la Coppa Italia, sfiorando la promozione in A. L’intensità del mio lavoro non mi ha permesso di continuare ad allenarmi, però ho tentato da subito di tornare sul campo con la macchina fotografica in mano. Il primo incarico è stato nel 2005 per l’agenzia Galbiati di Milano, con cui ho viaggiato spesso all’estero».
Uno scatto quando sfiora la perfezione?
«Non esiste quello perfetto. Ma uno scatto soddisfacente non ha bisogno di didascalie. Meno scrivi intorno una foto, meglio è riuscita: deve completare il racconto dell’articolo. Per quanto molte foto siano esaltanti, non si legano al contesto, non rispettano l’atmosfera del testo a fianco».
L’esperienza ti aiuta a cogliere il momento giusto, oppure insisti con tanta volontà?
«È essenziale conoscere lo sport che stai seguendo. È fondamentale per anticipare le richieste e per riportare l’andamento di un match, alto o basso che sia».
Enrico Mentana ha definito la tua Egonu in schiacciata una “foto stupenda”, consigliando ad Acqua Uliveto di riparare alla gaffe pubblicando proprio quello scatto. Da addetto ai lavori, che idea ti sei fatto della questione?
«La gaffe dell’Acqua Uliveto non c’entra alcunché con il razzismo; piuttosto con il pressappochismo. È come se la Juventus facesse una pubblicità coprendo Cristiano Ronaldo… Probabilmente il grafico che ha scelto l’immagine neanche sapeva chi fossero le persone ritratte».
Ma la foto contestata è tua?
«No, è una foto del 2017. All’inizio l’ho temuto, ma per fortuna mi stavo sbagliando».
Ha senso polemizzare in ambito sportivo sulle origini degli atleti?
«La nazionale rappresenta i massimi atleti di un determinato sport che vivono in un determinato paese. Paola Egonu è nata a Cittadella di Padova e parla in dialetto veneto senza problemi, mentre Miriam Sylla è nata a Palermo per trasferirsi a Bergamo dopo poco. Sono in Italia dalla nascita e hanno giocato sempre qui, diventando espressione del nostro movimento pallavolistico. Ci sono altri casi di giocatori naturalizzati che hanno sposato un’italiana e hanno preso la cittadinanza. Si tratta di situazioni assai diverse, perché non hanno affrontato la stessa crescita delle due ragazze in questione. A livello sportivo non esiste motivo per cui non debbano giocare in Nazionale, dal passaporto al percorso personale». —
Matteo Bianchi
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google