E sembrano anche adesso i tempi del Liceo Lì dove è nata un’avventura sportiva unica
la storiale originiHandball. Ma che razza di disciplina sarà mai questa? Ne sapevamo poco o nulla, quando nei corridoi del recentemente (all’epoca) edificato Liceo Ariosto, in via Arianuova, prese a...
la storia
le origini
Handball. Ma che razza di disciplina sarà mai questa? Ne sapevamo poco o nulla, quando nei corridoi del recentemente (all’epoca) edificato Liceo Ariosto, in via Arianuova, prese a soffiare il vento di una nuova era sportiva. In quella struttura così fredda, più simile ad un opificio che ad un istituto scolastico, la passione e quel pizzico di componente romantica (o sognatrice, o visionaria) di Luciana Pareschi crearono un fenomeno. La
atto d’amore
Qui non si tratta di ripercorrere le date storiche dell’Ariosto, i trofei, i campionati, gli sponsor, le protagoniste. Non come in un almanacco. Non è un esercizio statistico. Quanto una celebrazione, un atto d’amore, una dichiarazione di fedeltà. Un senso di identificazione, di appartenenza. Perenne. Per chi ha vissuto quell’epoca, quelle stagioni, quelle avventure, quell’escalation sportiva, il passato ed il presente si fondono in una sola entità. Chi frequentava l’Ariosto, inteso come Liceo, non poteva non sentirsi parte dell’Ariosto come realtà agonistica. La palestra della scuola era il primo “stadio” di casa. Affollatissimo, sempre. Tutti premuti contro il muretto in cemento che sormontava il campo. Caldo terribile. Clima irrespirabile. Anche sportivamente, per le avversarie. Puntualmente travolte.
il boom
Ascesa. Promozione in serie A. terzo posto. Qualificazione per le Coppe europee. Passaggio del/dei turni. Trasferte. Viaggi. Turchia, Jugoslavia, Svizzera. Su un vecchio e sgangherato pullman il cui mitico autista pensava bene di aprire le porte all’improvviso, in piena curva, su un tornante alpino. Ferrara-Osjek in torpedone. Tutta la Slovenia, tutta la Croazia. Immagini multiculturali: un minareto in mezzo ad un mare di neve, là sulla Drava, al confine tra Croazia e Serbia. Chi avrebbe immaginato che da lì a non molto quel mondo sarebbe stato sconvolto dalla guerra civile? Tant’è. Tutto era scoperta. Con lo sport, grazie allo sport, oltre allo sport. Ferrara in Europa. Chi l’avrebbe mai detto? In un’epoca in cui non pareva di poter andare oltre la Spal, ecco una realtà che portava la città oltre i confini. Certo, con una visibilità ed un seguito non paragonabili a quelle del calcio. Ma si erano aperti nuovi orizzonti. Dall’azzuro e dal blu dell’Ariosto al bianco ed all’arancione dell’Esteblok, primo storico sponsor. L’idea dell’azionariato popolare, o qualcosa del genere. Una formazione, un gruppo, che si recitano ancora a memoria: Bozzi, Rossi, Teresa Ventimiglia, Lamponi, Volpato, Lorenza Ventimiglia, Breveglieri, Bortolotti, Cia, Migliari, Elisa Pareschi, Ging, Canti, Soffritti... I primi acquisti: Lambertini e Maestri. La straniera rimasta nell’immaginario collettivo: Anne Rasmussen.
famiglia
Dopo quarant’anni l’Ariosto è ancora qui. Non è stato modaiolo od effimero. Si è da subito rivelato, e tale è rimasto, concreta e radicata realtà. Anche quando Luciana Pareschi ha progressivamente passato il testimone, assumendo altri incarichi, scoprendo nuovi orizzonti e cariche a livello istituzionale, ne è rimasta la mamma, l’eterna artefice. Una figura, la sua, che non può essere disgiunta da quella dell’Ariosto. Così come Giovanni Sirotti, molto più di un appassionato, molto più di un dirigente, di un mecenate, di un patron. L’Ariosto, per chi c’era, per chi c’è, è questione di famiglia. In senso ampio. –
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