Mantovani, quelle ore insonni con il football «Una passione nel nome delle Aquile»
la storiaQualcuno ha scritto che la propria vita ha girato attorno allo sport e non viceversa. Per Matteo Mantovani – attuale head coach delle Aquile con un lungo passato con casco e pettorina – le...
la storia
Qualcuno ha scritto che la propria vita ha girato attorno allo sport e non viceversa. Per Matteo Mantovani – attuale head coach delle Aquile con un lungo passato con casco e pettorina – le cose non sono molto diverse.
Come è arrivato al football?
«Il mio amore per il football e le Aquile in particolare nasce una domenica di primavera del 1982. Io ho 8 anni, accompagno mio padre a giocare la schedina e vedo una locandina che annuncia il match delle Aquile contro Grizzlies Roma di un fantomatico sport che non conosco. Chiedo a mio padre (Franco Mantovani, in futuro e per lungo tempo presidente della squadra; ndr) e lui ha la bella idea di portarmi a vedere l’incontro. Capii nulla di quello che succedeva, ma rimasi folgorato. Fu amore a prima vista e dissi a me stesso “Io voglio fare questo sport”. Così mio padre si fece in quattro: contattò l’allora presidente Giulio Felloni che distrusse i miei sogni dicendo che il loro settore giovanile iniziava a 16 anni».
E quindi?
«Iniziai a seguire le Aquile da tifoso, anche in trasferta, ma in fondo ero triste perché non giocavo. Così mio padre mi propose il rugby e iniziai a giocare nei piccoli del Cus e anche qui fu idillio (Matteo arrivò in selezione regionale; ndr), ma siccome il primo amore non si scorda mai, compiuti 16 anni iniziai a giocare nei Duchi. Per un anno portai avanti parallelamente i due sport, ma alla fine scelsi il football».
Chi c’era allora?
«Iniziai con Mike Wyatt e siccome volevo capire come funzionasse il gioco, finivo al liceo e andavo a casa del coach che viveva coi giocatori di allora (Rocky Rothwell; ndr) e lui mi faceva vedere filmati e mi spiegava tutto. Io non parlavo inglese e capivo la metà di quello che diceva, ma in 6 mesi arrivai a parlarlo fluentemente, ma soprattutto a capirne di football. Quando se ne andò per me fu una delusione, ma entrai nel coaching staff dei Duchi e poi in quello delle Aquile, che attraversavano un periodo non felicissimo».
«Così mentre ero all’università mi arrivò una proposta dalla Germania per la squadra allenata da Wyatt - prosegue Mantovani -; convinsi i miei e feci un Erasmus sportivo là e fu una esperienza meravigliosa. Vivendo con lui ed altri giocatori americani continuai con le mie notti insonni a parlare di football e fu un bagaglio di conoscenza che misi a disposizione delle Aquile al mio ritorno».
Che successe?
«Facevo il giocatore-allenatore, poi collaborai con John Knight (coach di allora; ndr) da cui appresi tanto sulla difesa, mentre Wyatt era un guru dell’attacco. A 28 anni un infortunio mi fece chiudere la carriera da giocatore, ma avevo spalancata quella da tecnico».
Sempre a Ferrara?
«Eccezion fatta per la parentesi con la nazionale giovanile ho sempre allenato a Ferrara. Non potrei mai andare altrove anche dietro compenso. Per me il football sono le Aquile. Negli ultimi tempi c’è stata la parentesi con coach Gunn in Prima divisione, altra persona molto importante per la mia formazione con i suoi concetti di football moderno che ora io applico misti a quelli evergreen di Wyatt. Poi l’auto retrocessione in Terza per ripartire con calma dal basso».
E adesso?
«Faremo la Seconda divisione. Lavoriamo su tecnici e reclutamento e questo ci ha permesso di avere un gruppo giovanissimo e talentuoso che può guardare avanti nel tempo con fiducia». —
Dario Cavaliere
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