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Kurtic, dalla Dea al paradiso «Spal il mio posto nel mondo»

Marco Nagliati
Kurtic, dalla Dea al paradiso «Spal il mio posto nel mondo»

Il centrocampista si racconta: la gioventù in fabbrica, l’addio all’Atalanta e la scelta di Ferrara. E a gennaio sarà papà

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Jasmin Kurtic sa molto del mondo. Apprezza il senso della famiglia, dà valore ai sentimenti. È giovane (ventinove anni), ma con un passato non banale. Viene dalla Slovenia, è in Italia da otto anni. Sta costruendosi una famiglia tutta sua (tra due mesi sarà papà) però non dimentica né trascura genitori e fratelli. Ha lavorato in fabbrica, quando neppure era maggiorenne. Ora fa il calciatore professionista: gioca nella Spal da meno di un anno, dalla metà dello scorso campionato. Era gennaio, che per lui rappresenta il cerchio dell’esistenza. Gli dissero: “Ti vogliono a Ferrara”. Era nel grembo della Dea, gli dissero di lasciar perdere l’avventura estense. Kurtic, invece, è salito su un treno a vapore che faticava a raggiungere la meta salvezza. Lasciando l’Atalanta, che aveva una dimensione europea. Non se n’è mai pentito. Il traguardo con i biancazzurri l’ha tagliato alla grande, quest’anno è partito forte. No, fortissimo: gol vincente nel derby col Bologna alla prima stagionale. Titolarissimo. Infortunato, dannazione, nell’infausto ko col Sassuolo. La settimana scorsa col Cagliari, quaranta giorni dopo, è tornato a calpestare la terra di mezzo. Davanti la Juve, più in là sfide di fuoco. Jasmin ci accoglie nel centro Fabbri e si racconta.

Kurtic, tutto nasce...

«Da bambino. Sempre avuta la passione per il calcio. Avevo in simpatia il Milan di Kakà e il Real Madrid di Zidane. Abitavo a Kanizarica, un piccolo paese della Slovenia. Ero sempre fuori a giocare a pallone: dalla mattina alla sera. Sempre lì, senza soste».

Quando si dice un ruggito dentro.

«Ma non potevo, allora, pensare di poter fare il calciatore professionista. Lo sognavo, questo sì».

La vita era altro.

«Era la fabbrica. Avevo diciassette anni, facevo l’operaio: dalle 6 alle 14. Mi cambiavo e andavo a fare allenamento. Mai sentita la fatica, la voglia di pallone era più forte».

Solo quello?

«In effetti no. La volontà ferrea è sempre stata fare qualcosa di importante per la mia famiglia. Guadagnare di più non significava avere soldi, bensì costruirsi una vita. Pensare ad una casa per i genitori, una macchina per mio fratello...».

E nel 2010...

«Arriva la chiamata del Nova Gorica, la serie A. In cinque mesi la mia esistenza è cambiata».

Perché il Palermo la nota e lei varca le colonne d’Ercole.

«All’inizio ho avuto problemi con la lingua, faticavo. Per fortuna in rosanero con me c’erano tre connazionali: Ilicic, Bacinovic e Andelkovic. Con Ilicic siamo stati assieme anche e Firenze e Bergamo. Ho sempre trovato chi mi ha aiutato nel percorso di crescita».

Poi arriva Bologna, nell’agosto di quest’anno. Parte un missile all’incrocio e Ferrara va in paradiso.

«Già, il derby. È stato un momento bello e importante. Per far crescere la nostra mentalità. Era la prima stagionale, molto attesa. Sapevamo che avremmo potuto giocarcela».

È stato un match equilibrato...

«In ogni gara soffri. Solo con la sofferenza vai avanti e progredisci. Durante una partita ogni squadra vive momenti difficili, in cui devi stringere i denti. Figuriamoci se non può capitare a noi. La Spal però ha una filosofia ben precisa: vuol sempre giocare a calcio. Palla a terra e manovra. Mi piace. È la nostra identità. Non abbiamo paura».

Cosa manca per il definitivo salto di qualità?

«Forse solo un po’ di aggressività. E un filo di attenzione maggiore sulle palle inattive. Ma la nostra strada non cambia: rispetto per tutti, voglia di giocarcela in ogni occasione».

Dai, sabato c’è la Juve...

«Sappiamo che squadra è: la più forte del mondo. Poi adesso c’è pure Cristiano Ronaldo. Che timori potremmo mai avere davanti ad un top team?».

Già, poi Kurtic è tornato.

«Quest’anno mi sentivo veramente bene. Ho dato tutto me stesso mettendomi a disposizione di Semplici sin dal ritiro. L’infortunio è stato una mazzata. Il primo vero stop della mia carriera. Dopo i primi esami sembrava che il gomito sinistro non fosse fratturato, mi sentivo sollevato. Invece la mia compagna diceva. “Guarda che è rotto”. Pensavo: lei ancora non capisce bene l’italiano, forse ha inteso male. Invece ...».

Lei e Amela a gennaio diventerete genitori di un maschietto. Pensa di essere giunto al momento della maturità come uomo e calciatore?

«Ancora non sono pienamente consapevole che sta arrivando un “pezzo” importante della mia vita. Sì, cambia tanto. Credo che stia diventando sempre più forte e consapevole di quello che faccio».

Gennaio è per lei un mese magico. È il suo compleanno, l’anno scorso nello stesso giorno ha chiesto ad Amela di sposarla ed ha firmato per la Spal. A gennaio nascerà anche il suo bimbo.

«Ero a Bergamo e faccio la proposta di matrimonio (nel laghetto dei cigni dietro al teatro Donizetti; ndr), intanto io dico sì alla proposta biancazzurra. Non avevo paura di affrontare una situazione difficile: in quel momento la Spal era dentro la zona retrocessione. Parlando con Vagnati, Mattioli e Semplici mi sono sentito importante e non ho esitato a lasciare l’Atalanta».

Cos’ha trovato alla Spal?

«Persone perbene. Con una società stabile e molto organizzata. Ci sono persone che lavorano per il bene del club venti ore al giorno: giù il cappello».

Lei gioca anche in Nazionale.

«Un valore aggiunto. Che ti dà autostima. La Serie A è uno dei campionati più difficili del mondo, puoi portarti questo bagaglio anche nella tua selezione. È tutto un percorso di crescita e penso a Lazzari che dalla D è arrivato fino all’azzurro».

Il suo futuro?

«Ho un contratto fino al 2021 e non penso ad altro che alla Spal. Qui sto bene. Il mio compito sarà dare il massimo per spingere la società ad allungarmelo».

Cosa chiede alla stagione?

«In avvio siamo stati così bravi che anch’io, fossi stato uno spettatore, ora mi aspetterei tanto. Ma non è così. Non è facile: la competizione è alta. Mettiamo via il concetto del “dobbiamo” vincere. L’obiettivo è la salvezza e noi non arretreremo di un passo». —



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