«A rischio di essere picchiato per una partita di ragazzini»
Come accaduto all’arbitro in Lazio un episodio simile ha riguardato Marchesini «Offese e minacce da un papà. Per cambiare le cose servono dei gesti eclatanti»
ferrara
Il caso eclatante dell’arbitro picchiato in una partita del campionato di Promozione laziale ormai è stato superato da altre notizie di cronaca, non solo sportiva. Ma, probabilmente, il rischio che fatti del genere possano accadere sui campi di tutta Italia è all’ordine del giorno, visto che nello stesso fine settimana erano avvenuti due casi simili molto vicini a noi: uno in una partita giovanile nel Bolognese con un arbitro aggredito (ma non picchiato) ed uno in città, che ha avuto per vittima uno dei personaggi più noti nel mondo del calcio ferrarese, Paolino Marchesini. Uomo di calcio a 360º, Marchesini è uno dei rari casi di arbitro (prima in Figc poi a livello amatoriale) con un ruolo attivo nel calcio, tanto che da diversi anni è presidente della Dribbling, società di puro settore giovanile da lui fondata nella nostra città in piazzale Camicie Rosse.
E Marchesini è noto per un singolare messaggio che ha sempre caratterizzato la gestione della sua società: la delimitazione dell’accesso ai genitori all’ingresso del campo, perché i bambini sono affidati ad allenatori preparati e non sono previste intromissioni e a chi non sta bene può sempre andare in un’altra società, senza timore di perdere la quota. Tanto che nella sede della Dribbling campeggia questo cartello: “Chi pensa di avere il figlio già bravo, anzi “bravissimo” ha scelto la società sbagliata, lo invitiamo vivamente a rivolgersi altrove”. Eppure, un certo tipo di educazione non può bastare per tutti, visto quanto è accaduto durante una partita della categoria Esordienti (bambini di 12 anni), diretta dallo stesso Marchesini.
Intanto, una premessa. Dai Giovanissimi in su le gare sono dirette da arbitri federali, ma nelle categorie dei più piccoli il compito è affidato a un dirigente della squadra di casa che, comunque, deve essere stato arbitro o aver partecipato ad un apposito corso.
«Il mio è stato un episodio grave - racconta Marchesini -, perché se accettavo la provocazione finiva che avrei preso delle botte, a 70 anni! Purtroppo, spesso le partite vengono arbitrate dal primo dirigente che capita e i ragazzini, già smaliziati se ne approfittano. In questo caso il bambino era molto maleducato e fuori dalla rete c’era il padre che sbraitava, rendendo tutto più difficile. In questi casi, almeno così funziona nella mia società, dev’essere l’allenatore ad intervenire, calmando o sostituendo il giocatore maleducato. Ma niente, così quando per l’ennesima volta ho ripreso il giovane calciatore, il padre ha iniziato ad inveire contro di me, dicendo che mi spaccava la faccia e continuando a fine partita, davanti a tutti, senza nessuno che intervenisse...».
«Non accetto - continua Marchesini - risposte del tipo “Ma i genitori pagano la quota”. Non per questo possono avere totale potere, la maleducazione non può vincere per colpa dei soldi».
Il problema resta quello di dare un esempio forte, ma come fare? «Di certo non come è successo per l’arbitro picchiato in Lazio, fermando solo le partite di quella regione. Nessuno se ne accorge, a nessuno interessa. Invece, bisogna dare il vero esempio, fermando il campionato di serie A dove spesso si vedono gesti negativi, subito imitati dai ragazzini. Credo serva un gesto eclatante, fermare tutti i campionati professionisti, perché le aggressioni nei campi di periferia sono migliaia e ormai gli arbitri sono come i preti, nessuno ha più la “vocazione”.
L’altro problema, infatti, è lo scarso numero di arbitri con tre conseguenze: giovani mandati allo sbaraglio con poca esperienza, magari non ancora all’altezza e spesso costretti a dirigere più partite a distanza di poche ore.
«Gli errori arbitrali nei dilettanti sono tanti, spesso pacchiani - conferma Marchesini -, ma anche per questo la categoria va tutelata al massimo. Poi i tempi sono cambiati: quando arbitravo io prendevo tante offese, ma erano genuine, magari rozze, ma finiva tutto nei novanta minuti della partita. Oggi, invece, bisogna fare i conti con genitori sempre più invadenti e minacce pesanti, contro le quali è difficile tapparsi le orecchie. E tutto questo per pochi euro di rimborso spese pagati in ritardo».
Ed ecco che si torna al concetto iniziale, ossia al pieno controllo dei calciatori (anche dei più grandi) affidato a dirigenti e tecnici della società: «Combatto contro queste cose da 23 anni, cercando di cambiare. Dobbiamo credere nell’educazione e nel rispetto delle regole». —
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