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Gli All Blacks volano con dieci mete all’Olimpico L’Italia ko senza battaglia

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dall'inviatoFabrizio ZupoROMA. “All backs” riprendendo il famoso refuso di stampa che diede il nome ai Blacks padroni incontrastati del rugby: sono state tutte segnate da chi gioca “dietro” la...

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Fabrizio Zupo

ROMA. “All backs” riprendendo il famoso refuso di stampa che diede il nome ai Blacks padroni incontrastati del rugby: sono state tutte segnate da chi gioca “dietro” la mischia (i trequarti) le dieci mete beccate dall’Italia all’Olimpico nell’ultimo test-match di novembre, quello che congeda gli azzurri sino al Sei Nazioni.

Una sconfitta in cui i ragazzi di Conor O’Shea sembra quasi siano stati spettatori in campo di se stessi, sotto ai propri standard (non sarebbero comunque bastati), nulla a che vedere con la sconfitta a Padova contro l’Australia. C’è da chiedersi in cosa sia cambiata l’Italia di O’Shea dal 68-10 nel 2016 all’inizio del suo mandato al 66-3 di ieri davanti ai 53.204 spettatori a Roma. Nonostante in questi due anni ci siano state nel mezzo le vittorie con il Sudafrica, le Figi, il Giappone, la Georgia, Usa e Canada. Altre generazioni azzurre hanno preso paga pesante dalla Nuova Zelanda ma ieri è mancata la battaglia, già al 25’ sotto di tre mete. Ecco se si vuol trovare un parametro più preciso dei punti subiti, c’è il minutaggio. I Pumas resistono 55’contro i maestri, l’Australia cede al 65’, i nostri mezzora. La differenza sta nel livello delle altre avversarie incontrate, chi un gradino sotto e chi uno sopra. Gli All Blacks invece vivono nell’attico e forse incontrarli spesso non aiuta così tanto a crescere.

Un test pienamente riuscito per il ct Steve Hansen che ha puntato sulla cavalleria. Sull’accelerazione e non sui ritmi bassi dove l’Italia avrebbe potuto durare più a lungo. Abbiamo visto lo show dell’ala Jordie Barrett, 21 anni, il più piccolo dei tre fratellil schierati ieri, quattro mete per lui e trofeo del migliore in campo. Si aggiungano le tre dell’estremo McKenzie e quelle dell’apertura Beauden Barrett, del mediano Tj Perenara e del centro Laumape. Gli smarcamenti puliti e gli angoli di corsa sopraffini e ingannevoli. E soprattutto la fattura delle costruzioni al piede, in cui l’abilità da footballer di Beauden Barrett ha svettato con un cross alto a servire il fratello sulla bandierina, bravo a vincere la sfida aerea con l’estremo azzurro Hayward; e ancora con rasoterra assassini a far sedere le difese e a servire in area i compagni. E in questa specialità s’è esibita anche la riserva di lusso Mo’ounga e pure il tallonatore Nathan Harris a mandare in meta Jordie Barrett . Se mai si dovesse sottolineare che le skills di un All Black prescindono dal ruolo. —

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